Ep.17 Tre secondi
In cui la situazione appare disperata
Care lettrici e cari lettori,
questa settimana il Detective Sagrin torna in anticipo e con alcune novità.
Ho aggiunto una guida ai personaggi e una galleria delle illustrazioni, insieme alla lista degli episodi precedenti. Se è la prima volta che entrate in queste storie, qui trovate tutto per orientarvi. Grazie a chi mi sta accompagnando lungo questo percorso, anche con suggerimenti preziosi. Buona lettura,
Alberto
Falco sedeva inginocchiato di fronte alla bomba, in una posa che ricordava una sorta di redenzione arrivata in ritardo. Rovistando nello zaino aveva trovato una torcia frontale, che ora indossava quasi fosse uno speleologo alla ricerca di antichi reperti. Ma l’ordigno artigianale davanti a lui raccontava una storia diversa. Mancavano 20 minuti all’esplosione, e all’ex-critico tremavano le mani.
«Dannazione, che io sia maledetto.»
Sagrin osservava Falco in silenzio, a tre metri di distanza. Teneva la pistola puntata ma il braccio iniziava a stancarsi sotto il peso dell’arma, mentre nel cunicolo la puzza di ruggine e acqua stantia impregnava l’aria. Il detective non aveva umorismo caustico da dispensare. Il punto era che per la seconda volta, dopo il caso del bambino nel pozzo, si trovava a dover scegliere se seguire il protocollo o far di testa sua. Se rivolgersi ad artificieri e polizia, oppure confidare che tutto sarebbe andato bene, anzi meglio, lasciando che Falco risolvesse il problema.
«Detective, abbassi la pistola e venga ad aiutarmi. Mi faccia luce. Altrimenti tra venti minuti faremo la fine del topo.»
In quel preciso momento, sopra le loro teste, Artemio saliva sul palco con aria trionfale dando il via alla tanto attesa serata speciale. Il pubblico applaudiva Artemio, ed era pronto a ricevere nuove dosi di intrattenimento, a ridere e piangere. Le signore in sala avevano indossato i capi più pregiati del loro guardaroba, e alcune sfoggiavano arditi cappelli dalle fogge strampalate. Gli uomini avevano optato in larga parte per abiti formali da cerimonia. Tutto indicava che questa fosse la sera più importante della carriera di Artemio. Le luci di scena erano puntate su di lui, lasciando in ombra il resto del palco, che appariva sgombro. Niente più di un proiettore e un telo.
Artemio si schiarì la voce, e iniziò il suo discorso introduttivo.
«Gentili spettatrici, cari spettatori. Sono qui per onorare una promessa. Una serata speciale su di me, sul mio passato. E sta per iniziare. Perdonate l’emozione e la voce tremante. Nonostante a volte me ne dimentichi, sono ancora un novellino sul palco. Fino a poco tempo fa ero il servo patetico di una vecchia megera.»
Il pubblico esplose in una risata, le mani battevano frenetiche.
Falco udì il boato degli applausi e capì che la serata era iniziata. Nella mente si figurava la marea di persone sopra di lui, e sudava freddo. Doveva muoversi, altrimenti li avrebbe avuti tutti sulla coscienza. Riprese ad armeggiare sull’ordigno con ancora più foga. Accompagnava la procedura borbottando una sorta di telecronaca delle fasi.
«La copertura viene via, ma se tiro con forza strappo tutto. Intravedo la canalina dei cavi, se rimuovo la vite potrò lavorare meglio.»
Sagrin strinse i denti. Gli veniva voglia di percuotere con il calcio della pistola Falco. Detestava quando la gente parlava troppo, soprattutto se a vanvera.
Quel silenzio pesava a Falco, che si sentiva sotto giudizio.
«Detective, si ricorda della promessa che mi ha fatto? Mi ha dato la sua parola. Io disinnesco la bomba, ma lei mi lascia andare. Ho bisogno di sapere se rispetterà il nostro patto, altrimenti mi tremano le mani.»
Sagrin guardò il timer. Il tempo passava inesorabilmente, e mancavano solo 15 minuti. Deglutì a fatica, aveva la sensazione che tutto stesse andando a rotoli.
«Lavori e basta. Il patto lo discuteremo dopo, se ci sarà un dopo.»
Falco annuì senza alzare lo sguardo. Poi tornò ad armeggiare sull’ordigno.
«Ci siamo. Sono arrivato alla bobina dei fili. Devo solo andare a ritroso, dividerli e mi troverò con l’innesco. Filo rosso e filo blu.»
Sagrin notò che l’ex critico stava sudando copiosamente. Fin troppo.
«Sa cosa sta facendo o no?»
Il detective tirò un calcio a un sassolino, e si cacciò in bocca un pezzo di liquirizia.
Poi si rivolse a Falco.
«Deve salvare quelle persone. Sono innocenti. Per quel che riguarda me, non ho paura di morire. La vecchiaia è la vita portata alle estreme conseguenze. Una forma di insistenza. Ci si ostina ad andare avanti, a vedere cosa succederà domani. E il domani, anche quello più remoto, arriva.»
Falco si girò di scatto.
«Cosa ha detto detective? Non ho afferrato.»
Sagrin si schiarì la voce, quasi infastidito.
«Niente, niente. Parlavo tra me e me. Stavo dicendo che lei è lento come una lumaca. Si sbrighi.»
Falco separò i fili rosso e blu, poi si bloccò di colpo.
«Cazzo.»
Il detective alzò lo sguardo, visibilmente preoccupato.
«Che c’è?»
«Il secondo innesco collegato in parallelo. Facile da montare, infernale da disattivare.»
Il detective sentì lo stomaco contrarsi.
«Che significa?»
«In sintesi significa che se sbaglio l’ordine, saltiamo in aria. Devo andare per tentativi.»
Il timer dell’ordigno ora segnava 8 minuti.
Falco riprese a lavorare, questa volta senza più parlare. Solo il rumore metallico delle pinze e il suo respiro affannoso riempivano il cunicolo.
5 minuti.
Sagrin si accorse che il braccio che reggeva la pistola gli tremava leggermente.
Non per paura. Per stanchezza. Si sentiva improvvisamente più vecchio.
Falco separò un altro passaggio dei fili, seguendoli con le dita fino a una scatola metallica laterale.
4 minuti.
Una goccia di sudore gli cadde sul naso. Se la asciugò con la manica.
3 minuti.
Dall’alto arrivò un boato ovattato di applausi. Artemio stava intrattenendo il pubblico, totalmente ignaro.
Sagrin pensò a quei quattrocento sconosciuti vestiti in abiti da festa seduti sopra le loro teste. Non meritavano di saltare in aria.
2 minuti.
Falco lavorava sempre più veloce. Pinze che scivolavano tra i fili. Dita che tremavano. Sagrin vide che aveva le nocche bianche per la tensione.
1 minuto.
«Rosso o blu.»
Falco parlava tra sé.
«Deve essere il blu.»
Pausa.
«O il rosso.»
30 secondi.
Sagrin strinse la mascella. Se doveva morire, almeno non in compagnia di un nevrotico che parlava da solo.
Falco sollevò le pinze. Le avvicinò al filo blu. Esitò.
«Fanculo.»
Tagliò il filo blu.
Il timer si bloccò a 3 secondi.
Silenzio assoluto nei sotterranei.
Poi, dall’alto, un’esplosione di applausi scroscianti. Artemio aveva appena finito il suo discorso introduttivo. Il timing era perfetto. Grottesco.
Falco crollò seduto contro il muro di cemento umido. Le mani gli tremavano così forte che non riusciva più a tenere le pinze. Gli scivolarono di mano e caddero con un tintinnio metallico. Respirava a fatica, occhi chiusi, testa reclinata all’indietro.
Sagrin lo osservò per lunghi secondi. Poi abbassò la pistola. Non disse nulla.
Si girò e salì le scale verso l’uscita, lasciando Falco solo nell’ombra dei sotterranei.
I suoi passi echeggiarono fino a scomparire.
Falco aprì gli occhi. Guardò la bomba disinnescata davanti a lui. Poi l’uscita buia dove Sagrin era sparito.
Era libero? O semplicemente dimenticato, come sempre?
Falco corse via, sparendo tra le ombre della notte.
Sagrin emerse dai sotterranei del Teatro Regio come un sopravvissuto da una trincea. Provato, ma intero.
I corridoi del teatro erano immersi nella penombra, e le Maschere erano intente a sbirciare lo spettacolo da uno spiraglio nella porta. In lontananza si sentivano ancora le voci ovattate del pubblico e Artemio che intratteneva la platea con la sua retorica ampollosa.
Il detective si appoggiò al muro, cercando di riprendere fiato.
Un addetto alle pulizie lo vide e si avvicinò.
«Detective Sagrin? C’è una donna che la sta cercando. Ha telefonato all’ufficio del direttore chiedendo espressamente di lei. Pare urgente.»
Sagrin seguì l’uomo fino a una piccola stanza piena di schedari e vecchi manifesti teatrali. Sul tavolo un telefono nero con la cornetta appoggiata di traverso. La sollevò con mano stanca.
«Duchessa, vedo che sta prendendo l’abitudine di telefonarmi mentre sono a teatro. Non è mica il mio ufficio!»
«Detective, non sono la Duchessa. Sono Petunia Bruni, la moglie di Ludovico.»
La voce era tesa, quasi spezzata.
«Detective, Ludovico non è tornato a casa. Mi aveva telefonato dicendomi che stava bene, che era tutto a posto. Ma non è mai arrivato.»
Sagrin sentì un peso scendere nello stomaco. Si passò una mano sul viso stanco.
«Arrivo subito, signora.»
Sagrin parcheggiò la Marea davanti al portone della casa dei Bruni. Suonò il citofono e poi prese l’ascensore, fino a raggiungere il piano dell’appartamento.
Petunia aprì la porta prima ancora che suonasse il campanello. Rispetto alla precedente visita la signora aveva un aspetto diverso. Più composta rispetto alla voce al telefono.
Sagrin studiò il volto della donna con attenzione. Aveva una sua dignità silenziosa. Capelli raccolti, occhi gonfi ma il portamento restava composto. Una signora vecchio stampo, con quella ritrosia tipicamente sabauda.
«Entri, detective.»
Il salotto parlava di una vita dedicata all’arte. Ogni angolo della casa era pieno di oggetti curiosi, perfettamente allineati, in una messa in scena che ricordava la sala di un museo più che una abitazione. Tutto ordinato, tutto al suo posto. Tranne Ludovico.
Sagrin rimase in piedi.
«Signora, ero con suo marito. L’avevo appena tolto da un impiccio piuttosto serio. Dario Falco, se lo ricorda? Lo voleva morto. A ogni modo, come le dicevo avevo sistemato tutto. Quindi mi chiedo dove diavolo sia suo marito. E ho il sospetto che solo lei possa saperlo.»
Petunia lo guardò con occhi che contenevano qualcosa di non detto.
«Ludovico negli ultimi giorni era diverso. Nervoso. Come se aspettasse qualcosa. O qualcuno.»
«Falco?»
Lei esitò, poi parlò con voce bassa.
«Ludovico ha sempre avuto un rapporto particolare con il passato. Non lo lascia mai andare. Torna sempre, come un’ossessione. Vive il presente come un fantasma, lo attraversa.»
Sagrin si sporse leggermente in avanti.
«Mi dica cosa sa, signora.»
«So che mio marito ha fatto cose di cui si vergogna. Cose legate a quelle sculture. Ma non me ne ha mai parlato. E io... non ho mai avuto il coraggio di chiedere.»
Si girò verso la finestra che dava sul Po.
«È sparito, detective. Come le sue sculture.»
Sagrin la osservò in silenzio. Poi si diresse verso la porta.
«Signora, con il dovuto rispetto, ma lei mi sembra troppo calma per avere un marito disperso. Lei sa, ma non vuole parlare. Se vorrà dirmi di più sa dove trovarmi.»
Petunia lo guardò in silenzio, per poi girarsi dall’altra parte.
Sagrin scese le scale e salì sulla Marea.
Le luci di Torino si riflettevano sul Po come stelle cadute in acqua. Il detective accese una sigaretta e guardò il fiume scorrere lento nella notte.
Sparito. Come le ceneri.
Mise in moto e si diresse verso Via Della Rocca. Lo studio. Doveva andare allo studio.
Bomba disinnescata, Falco uscito di scena, Ludovico sparito. Era tutto collegato, ma la testa non riusciva a mettere insieme i pezzi.
Parcheggiò la Marea davanti al portone. L’ascensore cigolò penosamente. Entrò nel monolocale buio, accese la lampada da tavolo.
Domani avrebbe chiamato la Duchessa. Lei vedeva cose che lui non poteva vedere.
Si sdraiò sul divano logoro senza togliersi il cappotto. Torino dormiva. Lui no.
Si accese una sigaretta e chiuse gli occhi.






Bello!