Care lettrici, cari lettori,
eccomi di nuovo sul pezzo. Oggi invece del consueto saluto, vorrei fare un breve recap di questa stagione. Il nostro amico Sagrin, pardon Manlio, ex detective di fama - e di fame - pantagrueliche, si è messo in testa di diventare scrittore. Questa decisione avventata ma molto sentita lo ha portato a leggere dei libri di auto-aiuto di autori geniali come il Prof. Dott. Greco, a conoscere un’avvenente libraia, la giunonica Lucia, e perfino a partecipare a un campus per aspiranti scrittori. Ora lo troviamo alle prese con un nuovo racconto da scrivere, per alimentare il suo capolavoro (a detta sua): Il Cetaceo. Il grande romanzo italiano.
Buona lettura!
Alberto
Manlio era tornato alla quotidianità, alla routine piuttosto frammentata e scarna che viveva da quando non era più impegnato a lottare contro il crimine. Eppure non tutto era tornato al suo posto. L’incontro con il Prof. Dott. Greco aveva lacerato qualcosa in lui, anche se non riusciva a mettere a fuoco il motivo. Si ripeteva che sì, il mondo in cui aveva bazzicato per anni, fatto di farabutti, truffatori e perdigiorno, era rivoltante. Ma nella sua rozzezza aveva qualcosa di sincero. Rimpiangeva il fatto di avere l’odioso Artemio come antagonista: lo stava quasi rivalutando. In fondo era poco più di un prestigiatore dedito al crimine.
Ma Greco no.
Greco era sofisticato, seppur con un che di estremamente pacchiano, e le sue parole erano affilate come coltelli. E ora la scrittura gli sembrava una sorta di mercato del pesce, fatto di puzze indicibili, umori e decomposizione. Scacciò il pensiero con una mano.
Cazzate, tutte scuse per non fare il tuo unico lavoro: scrivere questo dannato romanzo.
Davanti a lui giaceva un foglio bianco, la penna in mano, ma la mente scivolava via in continuazione, rapita da altre farneticazioni.
Il pubblico è un male necessario. In fondo a questa storia devono esserci dei soldi, perché mi sto bruciando i risparmi. Ma le persone non mi conoscono, e io non voglio conoscerle. Voglio solo essere lasciato in pace.
Si alzò di scatto dalla sedia, rovesciandosi la cenere della sigaretta che stava fumando sul kimono sdrucito. Raggiunse il computer, ammonticchiato su una mensola in un delirio di fili, e iniziò a battere sulla tastiera.
Virgilio motore di ricerca. Invio. Cerca. Come si scrive un romanzo.
Scorse con gli occhi i risultati e si sentì ancora peggio. Una sequela di guide rigide, puntigliose, che scomponevano i libri in sezioni, capitoli, sotto capitoli. Storie costruite in modo chirurgico seguendo presunte ricette perfette e inviolabili.
Ne ho abbastanza.
Spense il computer di colpo, schiacciando a fondo il tasto di accensione, ossia il principale divieto impartitogli dal negoziante di Queen Computers: mai spegnere di colpo il computer. La macchina emise dei suoni sofferenti e si arrestò.
Manlio tornò alla scrivania, animato da una foga rabbiosa.
Iniziò a scrivere.
Il Cetaceo - Secondo racconto - Manlio Baleno
L’uomo scese dalla scogliera seguendo un sentiero appena accennato. Il paesaggio intorno a lui era maestoso, ma trasudava un’umidità greve, malsana, che copriva ogni cosa. Sdrucciolò fino alla riva e si fermò a osservare il movimento del mare, che si increspava e si distendeva a fasi alterne. Con il sopraggiungere della sera le onde iniziarono ad accanirsi sulla riva, mentre nelle profondità i pesci brulicavano senza sosta. Non aveva molto da fare in quel luogo, non si ricordava neanche bene perché fosse arrivato. Forse un litigio di troppo a casa, la necessità di sparire dal mondo, anche solo per un istante. Si mise a carponi sulla sabbia, ritornando con il pensiero a quando da bambino costruiva le piste di biglie con gli amici. Smuoveva la sabbia ammonticchiandola, creando fossati e salite impervie. Stava compattando la sabbia fino a formare una lunga spianata, quando la sua mano urtò contro qualcosa. Le dita percepirono una superficie liscia, quasi appuntita, perfettamente levigata. Si ritrasse d’istinto, ma poi inserì la mano sotto la sabbia fino a estrarre l’oggetto. Lo spolverò soffiandoci sopra, e iniziò a ruotarlo davanti a sé. Era una visione piuttosto inconsueta, vagamente inquietante: si trattava senza dubbio di un dente d’oro scolpito rozzamente, con proporzioni anormali, più bestiali che umane. Era troppo grande per essere un dente di un essere umano, questo era sicuro. Ed era anche una discreta quantità di oro, a dire il vero. Ne avrebbe ricavato una bella somma vendendolo. Con questo pensiero radioso tornò verso il centro abitato, le cui luci lampeggiavano nel buio. Raggiunse la locanda, da cui sentiva provenire canti e un vociare animato. Si sedette a un tavolo nell’angolo, e si sorprese a notare che da quando era entrato era calato il silenzio. Si guardò intorno e vide che ai tavoli sedevano persone che avevano l’aspetto d’essere pescatori. Gli abiti parevano confermare tale ipotesi. Prima piano, poi con un fragore, le persone sedute iniziarono a battere le mani, senza togliergli gli occhi di dosso. L’uomo era spaventato, ma aveva paura di muoversi e trovarsi un arpione conficcato nel collo. A uno a uno i pescatori si avvicinarono a lui, formando un cerchio. Poi gli sorrisero, spalancando le bocche ancora piene di cibo, e l’uomo notò qualcosa. A tutti i pescatori mancava un dente, lo stesso dente. Non poteva essere una casualità. Il più anziano del gruppo lo prese sotto braccio: nonostante l’età la sua presa era salda. Accompagnò l’uomo trascinandolo lungo la strada, seguito dagli altri pescatori che cantavano, battevano le mani. L’uomo si divincolava ma era tutto vano. Infine raggiunsero la piazza principale del paese. L’uomo non poteva credere ai suoi occhi. Al centro della piazza, più alta delle case, fino a sfiorare il campanile, giaceva una balena enorme. Le sue carni erano in putrefazione, le budella rovesciate sul selciato creavano dei coaguli. Miasmi si alzavano nell’aria, rendendola irrespirabile. L’anziano lasciò la presa, e guardò l’uomo con insistenza, mentre i pescatori si stringevano intorno a lui, senza lasciargli quasi spazio per respirare. L’uomo infilò la mano nella tasca, e tirò fuori il dente d’oro. Lo sollevò in alto e i pescatori iniziarono a battere le mani con ancora più forza, marcando un ritmo sincopato. Poi si disposero in due file, che conducevano in direzione dell’animale. L’uomo camminò lentamente verso la bocca della balena. Da vicino l’odore era quasi insostenibile. Guardò dentro alla cavità e scorse una voragine nelle gengive. Prese il dente e con una risolutezza che non sapeva di avere lo conficcò in profondità. Si girò e vide che i pescatori erano tornati alla quiete, e stavano lentamente rientrando verso la locanda.
Il racconto era finito, e Manlio era ancora elettrizzato.
Quando le parole uscivano dalla penna cambiavano forma: a volte il solo contatto con la carta ne polverizzava il significato, lasciandole vuote e spoglie. Ma non aveva importanza, perché la somma di tutte le parole creava qualcosa di prezioso, che prima non esisteva. Si accese una sigaretta e la aspirò lentamente, come se quello fosse il suo premio, un premio conquistato a fatica. Fuori era notte fonda. Greco poteva andare a quel paese.
Greco..pagliaccio variopinto.





Può ben essere elettrizzato il nostro Manlio perché il suo racconto gli è riuscito proprio bene, tra il fantastico e l'inquietante!