24. Il Campus
In cui Manlio scopre il prezzo della saggezza
Gentili ospiti, quando il caldo galoppa, cosa c'è di meglio che andare in villeggiatura?
E così questa settimana Manlio ci porta a spasso con lui. Poi ancora un episodio (in uscita il 20 luglio), prima di una meritata pausa estiva: torniamo a settembre. Buona lettura,
Alberto
Manlio aspettava seduto all’area partenze pullman di corso Ferrucci, a due passi dal Palazzo di Giustizia, dove tante volte in passato si era trovato per esigenze professionali. Lo stacco era brutale: da rappresentante della legge ad aspirante scrittore, sembravano due vite diverse, incastrate alla bene e meglio. Il suo bagaglio era leggero: una borsa piuttosto piccola, con l’occorrente per passare tre giorni fuori casa. Solo l’essenziale. Finalmente avvistò un pullman con un cartello che recitava: Campus Scrittori - Usseglio.
Manlio si affrettò, immaginava la calca di persone, voleva essere sicuro di prendere un posto in prima fila, evitando nausee assortite durante il viaggio. Ma lo scenario che si presentò davanti ai suoi occhi confutò in un attimo le sue ipotesi: i partecipanti, gli aspiranti scrittori per così dire, si contavano sulle dita di una mano, o poco più.
Li vide salire uno a uno: sette persone, di cui quattro donne di mezz’età e tre uomini leggermente più attempati. Si assicurò il posto in prima fila senza problemi, d’altronde c’era l’imbarazzo della scelta. I partecipanti avevano occupato i posti sul pullman secondo una scacchiera votata all’isolamento: il più lontano possibile l’uno dall’altro. Non volava una mosca, solo l’autista canticchiava un motivetto indistinguibile, battendo il pollice sul volante. Manlio era deluso dall’atmosfera mesta. Come al solito le sue aspettative nei confronti della vita lo ferivano. Aveva la tendenza a sovrastimare la felicità che avrebbero generato in lui le situazioni che viveva, con conseguenti delusioni, inevitabili. Forse era proprio quello il sagrin, aspettarsi troppo dalla vita e sentirsi tirare giù, in una bagna di mestizia.
Le ore di viaggio sembravano trascorrere al rallentatore, e così Manlio tirò fuori dalla sua borsa il suo telefonino Nokia, aggeggio che non capiva, non amava e non utilizzava mai. Scorse nella rubrica dei contatti. Duchessa, Artemio, Padre Pellegrino. Si rendeva conto di essere un pessimo amico, ma non poteva farci niente. La socialità per lui era una fatica. Sopportabile solo a minuscole dosi. Cercò di comporre un sms per Duchessa, ma dopo interminabili tentativi a vuoto lasciò perdere. Le sue mani erano troppo grosse per pigiare quei tasti minuscoli. Riuscì però a fare una piccola partita a Snake, il gioco che si trovava su tutti i telefoni Nokia. Distratto dal giochino, non vide sfilare fuori dal finestrino la città, che forse non avrebbe in ogni caso visto.
Come tutte le cose che si conoscono troppo bene, nel tempo diventano invisibili.
Il viaggio scorse via senza intoppi, e finalmente il pullman raggiunse Usseglio, un paese di poche anime incastrato nella Valle di Viù, a Nord-Ovest di Torino. Manlio scese dal veicolo caracollando, e si fermò per un attimo a inspirare l’aria fresca di montagna. Il paesaggio era maestoso. Montagne, prati a perdita d’occhio, di un verde così acceso da sembrare una colata di vernice. Intorno a lui i suoi compagni di viaggio, che non mostravano particolare entusiasmo.
Al diavolo. Branco di mummie. Facevate prima a stare a casa. L’umanità fa davvero schifo.
Il pullman sferragliò via alzando una nuvola di polvere. La loro destinazione era un gruppetto di edifici bassi, disposti a corte intorno a un grande prato, dove sorgevano due porte da calcio in rovina.
Tutto intorno il nulla.
La comitiva mosse i primi passi verso la corte, mentre in direzione opposta giungeva un gruppetto vociante di età mista: bambini e adulti, tutti insieme, capitanati da un prete. Quando i due gruppi si incontrarono a metà strada, il prete si fermò, con un grande sorriso.
«Benvenuti a Usseglio! Ci diamo il cambio, noi stiamo andando via. Siamo della Parrocchia di Santa Teresina di Torino. Abbiamo appena finito una settimana di catechismo con i bambini. Beati voi, questo posto è davvero un incanto! Ci dispiace partire. Beh, buona giornata.»
I suoi compagni biascicarono un saluto poco convinto, mentre Manlio cercava di figurarsi mentalmente la Chiesa di Santa Teresina.
Ah, ora ricordo. Quella specie di astronave che c’è in Crocetta. Brutta da piangere, gli intenditori dicono che è “architettura brutalista”. Sapranno loro.
Dopo che il gruppo della parrocchia si era allontanato, la comitiva si fermò al centro del prato, guardandosi intorno. Che fine ha fatto il Prof. Dott. Greco, sembravano chiedersi.
Finalmente da uno degli edifici arrivò correndo un uomo.
Manlio lo osservò avvicinarsi, e lo scrutò con grande attenzione, come un tempo osservava i sospettati, i criminali. Una cosa era certa: Greco non passava inosservato.
I suoi vestiti sfidavano la vivacità della natura, proponendo un caleidoscopio di colori sgargianti che quasi accecavano. Indossava una giacca patchwork in cui i colori pastello si mischiavano senza un filo logico. Pantaloni rosso acceso, una camicia verde pisello sovrastata da un foulard effetto optical. Montatura degli occhiali bicolore e infine l’accessorio più sfrontato: un sorriso a cento denti, che creava un effetto innaturale nel viso. Manlio era poco convinto di quello che stava vedendo, anzi, era realmente terrorizzato.
Questo pagliaccio agghindato a festa sarebbe l’esimio Prof. Greco? Sento puzza di fregatura.
Si guardò alle spalle alla ricerca del pullman, pronto a scappare, ma a quanto pare era incastrato lì, non c’era via di fuga.
Greco prese parola.
«Cari partecipanti, benvenuti alla decima edizione del Campus per Aspiranti Scrittori! Io sono il Professor Greco, ma in questi giorni potrete chiamarmi semplicemente Antonio. Ci aspettano delle giornate intense, piene di attività, ma per prima cosa lasciate che vi mostri il Campus.»
Il professore accompagnò il gruppo in giro per il Campus, se così si poteva chiamare.
La sensazione era di stare in un monastero, cosa che peraltro Manlio sospettava che fosse stato in un passato piuttosto recente. Attraversarono lo Spazio Polifunzionale, uno stanzone vuoto salvo alcune sedie disposte in modo disordinato ai lati della stanza, una lavagna di dimensioni importanti e un palco per spettacoli teatrali.
Proseguirono per l’area toilette, divise per maschi e femmine, con una schiera di bagni alla turca. Il refettorio, dove i pasti principali del giorno venivano serviti dallo staff.
E infine le camerate per dormire, anch’esse separate per uomini e donne, con letti a castello più adatti a bambini che ad adulti.
Finita la perlustrazione, Greco accompagnò nuovamente la comitiva al centro del grande prato.
«Cari scrittori, care scrittrici. Considerate questi giorni come un’opportunità straordinaria per mettere le ali alla vostra creatività. Non voglio svelare troppo ma dovrete sostenere delle prove che tempreranno il vostro spirito. Avete mai camminato sui carboni ardenti?»
Greco si fermò, sorridendo ai partecipanti e guardandoli a uno a uno negli occhi. Indugiò un istante di troppo su Manlio. Manlio notò quella pausa e si sentì a disagio: distolse rapidamente lo sguardo.
Greco riprese.
«Ecco, la mia solita lingua lunga. Vi ho già svelato uno dei segreti del Campus, la nostra prova più ardua. Ma lasciate che vi dica l’ultima cosa. Qui lavoreremo sempre in modo corale, sempre in gruppo, fianco a fianco. Ma se vorrete passare del tempo individualmente con me, mettere mano a testi che avete già scritto, farli salire di livello, per così dire, potete acquistare un gettone d’oro presso la mensa. Non è davvero d’oro, intendiamoci. Ma è il gettone che vi permetterà di accedere all’incontro individuale. Non è proprio economico, lo ammetto, ma è come fare dieci mesi di lavoro concentrati in una ora sola. Non è obbligatorio, comunque.»
Il gettone d’oro? Lo sapevo che ci avrebbe spillato dei soldi. Quando si dice che l’abito non fa il monaco. Cazzate, eccone una prova lampante.
Greco congedò il gruppo con un gesto ampio, teatrale.
«Per questa sera siete liberi. Domani mattina alle nove nello Spazio Polifunzionale, riposati e pronti. Ci aspetta una giornata importante.»
Detto questo, sparì nell’edificio da cui era arrivato, con la stessa velocità con cui era comparso. La comitiva rimase ferma al centro del prato, in silenzio, a guardarsi. Nessuno sembrava avere molto da dirsi.





Mmmm... questo campus sembra lasciare un po' a desiderare. O forse è Manlio che, come dice lui stesso, nutre troppe aspettative. Vedremo