22. Uscita sul campo
In cui il sangue bolle
Cari tutti,
questa lunga storia è arrivata all’episodio 22. Mica male!
E mi trovo a pensare al nome che accompagna le uscite: sagrin. In piemontese è cruccio, afflizione, dispiacere. Eppure è una parola a me cara. Per me il sagrin è una malinconia pratica: le cose non vanno mai come dovrebbero, perché in fondo siamo umani.
E forse è proprio questo quoziente di imprevedibilità a rendere le cose interessanti.
Buona lettura,
Alberto
Manlio uscì di casa alle sei del mattino. Si era preparato come per una spedizione: taccuino, penna Bic blu, due pacchi di sigarette, accendino, un fazzoletto, due caramelle alla menta. E il Nokia 3210. Quella scatola parlante. Il modo migliore per essere sempre a portata di scocciatori.
Si ripromise di non dare il suo numero a nessuno. Mai.
L’idea era semplice: sedersi in un bar e scrivere. Osservare le persone, cogliere gli umori. I veri scrittori abitano il mondo, no? Almeno questo diceva il Prof. Dott. Greco.
Manlio però stava tanto bene nel suo rifugio, lontano dal brulicare irritante dell’umanità.
Entrò al Caffè Fiorio, in via Po.
Drappi rossi pesanti. Specchi ovunque. Un posto che si faceva chiamare «storico», e quindi intrappolato in una miscela di lussuosità e decadenza. Scelse un tavolo appartato, in un angolo, e si fece portare un caffè doppio e un bicchiere d’acqua.
La pancia si faceva sentire ma voleva essere rapido, affilato, essenziale.
Aprì il taccuino, biro alla mano e si appostò.
Il primo gruppo a entrare furono quattro impiegati.
Cravatte, completi, camicie stirate di fresco. Brillantina nei capelli. Si sedettero al tavolo accanto e iniziarono a parlare forte. Uno dei quattro era particolarmente corpulento. Già sudato di prima mattina, rideva nervosamente e annuiva senza sosta.
Scommetto che questo è una mezza tacca. Vuole piacere ai capi, che in cambio lo considerano poco più di una blatta.
Manlio era molto infastidito. L’omone era così preso dalla situazione da non accorgersi che aveva invaso il suo tavolino. I piedi sbatacchiavano per terra nervosamente, muovendo entrambi i tavoli.
Si era tolto il soprabito, che ora cascava pericolosamente vicino al taccuino di Manlio.
La violenza non fa mai bene, soprattutto di prima mattina. Lascia correre, pensa al tuo libro. Pensa a Greco, non picchierebbe mai l’oggetto dei suoi studi.
Impugnò con maggiore forza il taccuino, e tese l’orecchio per sentire la conversazione tra gli impiegati. Uno dei quattro, secco e alto, si dava un’aria di importanza.
«Allora signori. Ieri avete visto la Formula 1? Ferrari davvero notevolissima, non credete? Un sorpasso al fulmicotone. Che vittoria ragazzi, la migliore del campionato. Quest’anno la rossa vola, ve lo dico io.»
L’omone sbracciò per sovrastare gli altri.
«Assolutamente, un… fulmicotone. Ah ah ah! La rossa vola!»
Il capo lo guardò come si guarda un cassonetto dell’immondizia, e poi schioccò la lingua. Gli altri due impiegati tacevano e sorridevano impacciati.
Questo deve essere il capo. Ce l’ha scritto in faccia.
Il capo proseguì.
«Cosa mi dite della bionda della contabilità? Farei volentieri due numeri con lei. Da circo.»
L’omone rise in modo sguaiato, sputazzando dei pezzi di brioche sul tavolo di Manlio.
Era la goccia che faceva traboccare il vaso. Manlio si alzò con aria minacciosa.
L’omone si alzò anche lui, pronto a cogliere l’occasione per mostrare dell’eroismo.
Ma Manlio era più grosso, e soprattutto, gli anni dedicati al crimine gli avevano lasciato addosso un’aria truce, pericolosa.
«Voi quattro, andate a lavorare. Ne ho abbastanza delle vostre cazzate. Fuori dai piedi. Questo è un bar storico, rispettabile.»
Il capo terrorizzato fece segno ai tre di andarsene.
Manlio li osservò uscire a passo spedito, intenti a mascherare una fuga precipitosa.
Solo l’omone si girò all’ultimo, mostrando il pugno a Manlio. Manlio diede un pestone a terra con il piede, e l’omone si dileguò.
Si sedette e osservò laconicamente il taccuino, vuoto.
Poi prese la biro e scrisse la sua prima frase.
Il bar, habitat naturale dei coglioni.
Passò una buona mezz’ora e Manlio si stava annoiando a morte.
L’esperimento della scrittura in presa diretta si stava rivelando un fiasco.
Poi arrivarono. Un padre con una bambina, capelli rossi, forse sei o sette anni.
Si sedettero al tavolo accanto. Manlio prese il taccuino. Qualcosa si mosse. Figli. Lui non ne aveva mai avuti. Forse meglio così. Che padre sarebbe stato? Probabilmente pessimo. Ma la bambina era interessante. Guardava tutto con occhi enormi.
Iniziò ad ascoltare la conversazione.
«Papà, oggi è venerdì? Quindi domani è domenica? Guarda conto i giorni sulle dita. Venerdì, domenica. Il dito dopo, è semplice.»
Il papà aveva la Gazzetta dello Sport in mano, ed era impegnato in un’impresa ardua: leggere i risultati del calcio fingendo di interessarsi a quello che diceva la bambina. Nel frattempo Manlio stava consumando il taccuino. Era preso da una frenesia inesauribile. Disegnava e contemporaneamente scriveva poche parole, come dei promemoria mentali.
I bambini usano le mani come un abaco.
Subito sotto un ritratto stilizzato della bambina.
«Papà, per il mio compleanno mi porti a Fantaland? Ci sono le giostre, i tappeti elastici. C’è la casa dei mostri marini. Non ho paura dei mostri, sono grande. Mi porti?» Il padre si rianimò e guardò distrattamente in direzione di Manlio. Vide i disegni della bambina, cercò di leggere le parole che aveva scritto. In un attimo diventò livido di rabbia.
«Tu, vecchio, cosa stai facendo? Sei un maniaco sessuale? Spii le persone? Non hai una vita tua? Ora chiamo la polizia, stai lontano da mia figlia.»
Si alzò di scatto e prese il taccuino di Manlio, per poi buttarlo a terra con violenza.
La bambina si mise a piagnucolare. «Papà, ho paura.»
Manlio era viola dalla vergogna. Iniziò a balbettare. «No.. si sbaglia, io sono.. sono uno. Io scrivo, sì, sono.. uno scrittore.»
«Non ti credo, hai un modo di fare viscido, cosa hai da nascondere? Ci stavi spiando. Ora chiamo la polizia.»
Manlio rimase pietrificato per un attimo, poi fece una cosa che non aveva mai fatto nella vita. Raccolse il taccuino e scappò a gambe levate, senza guardarsi indietro, senza pagare. Il padre lo inseguì per un breve tratto, apostrofandolo con violenza.
Manlio era sconvolto. Arrivò in studio a piedi, distrutto. Per tutto il tragitto si era sentito gli occhi delle persone addosso, come se tutti lo stessero giudicando.
Si accasciò sulla sedia. Cercò di ritrovare la calma fumando una sigaretta lentamente. Doveva ammettere che l’esperienza al bar era stata orribile, ma vitale. Aveva avuto suo malgrado a che fare con le persone, pagando il prezzo che questo a volte comporta. Quella bambina aveva avuto paura di lui. Come se fosse un mostro. Questo pensiero lo feriva a morte. In tutto ciò però si sentiva vivo. Il sangue gli bolliva nelle vene. Il volto era caldo, sudato, le mani gli tremavano. Era forse questo vivere?
Prese il foglio, questa volta risoluto, e iniziò a scrivere di getto.
Il Cetaceo - Primo racconto - Manlio Baleno
La bambina tirò il padre per il braccio, forte, fino a fargli male.
«Papà c’è troppa puzza. Voglio uscire, subito.»
Il padre la guardò per un attimo, poi tornò a osservare bambini, genitori, perfino anziani. Tutti saltavano sui tappeti elastici. Un bambino cadde. Si rialzò ridendo. Poi tossì due volte. Continuò a saltare. Senza scarpe, con i vestiti che si allungavano, si attorcigliavano. Il padre si portò una mano al naso, per poi riabbassarla.
«Mi bruciano gli occhi papà, portami fuori.»
Il soffitto sembrava arrivare fino al cielo, per poi formare una pancia azzurra.
Drappi colorati svolazzavano mossi da ventilatori a parete. Il sindaco osservava la scena senza dire nulla, dietro una vetrata. Aveva in mano un microfono. Il padre lo guardò, e il sindaco ricambiò lo sguardo. Dalle casse musicali uscivano suoni di zampilli di acqua. Poi si sentì un gong e tutte le persone smisero di saltare. Uscirono a turni, mentre fuori una fila di persone aspettava di entrare. Quando furono usciti tutti rimasero solo la bambina e il padre. Il padre guardò i tappeti vuoti. Le luci erano ancora accese. Sul soffitto azzurro c’era una macchia scura. Non l’aveva notata prima. La bambina tirò ancora il braccio. Il padre annusò l’aria. Annuì. Uscirono insieme. Fuori l’aria era fresca. Le persone in fila avevano cappelli colorati, a punta. La bambina osservò le case intorno. Piramidi, funghi, sfere. Il padre si voltò indietro. Il cetaceo era enorme. Dentro le luci si spensero. Le persone in fila si accalcarono ancora di più.





Forza Sagrin! Ora che hai iniziato a scrivere, più nessuno ti ferma 👍