21. Il Cetaceo
In cui Manlio smuove le acque
Cari tutti,
la storia di Manlio avanza: ogni parola aggiunge un tassello a un mondo che un tempo esisteva solo dentro alla mia testa, e qualche tempo prima non esisteva affatto.
A volte mi trovo a pensare a cosa farebbe Manlio al posto mio, e a cosa fa quando non scrivo di lui. Ma forse è lui a scrivere di me, in uno specchiamento di ruoli. Buona lettura,
Alberto
Manlio si era dedicato anima e corpo a un’impresa ben al di là delle sue capacità: montare con il solo ausilio del manuale di istruzioni - diabolicamente in inglese - il suo nuovissimo personal computer: il famoso Intel Pentium IV. Famoso almeno per lui, che da mesi ritagliava volantini del negozio Queen Computer, ossessionato dalla ricerca del dispositivo più prestante. E ora davanti ai suoi occhi sorgeva la creatura del desiderio: un Pentium IV nuovo di pacca.
Osservava la sua scocca bianca dai riflessi giallastri con meraviglia, apprezzandone le dimensioni notevoli.
Pesa come un morto. Ma è giusto così, il futuro è affar serio, non è per i perdigiorno.
Si sedette di fronte al monitor a tubo catodico che troneggiava al centro della scrivania e schiacciò con forza il tasto di accensione. Dopo lunghi minuti di attesa, si sentì un suono: «Taaa-dan!», mentre sul monitor comparve sfarfallando l’immagine luminescente di un prato verde, sovrastato da un cielo azzurro abitato da nuvole vaporose. Gli veniva voglia di piangere dalla gioia. Quello doveva essere il paradiso. Ma non era il momento di perdersi in sentimentalismi. Prese il suo taccuino stropicciato e cercò diligentemente le indicazioni fornitegli dal commesso di Queen Computer.
Usa il mouse per muoverti. Su Word puoi scrivere. Ascolta la musica su Media Player.
La sua manona sovrastava interamente il mouse, occultandolo alla vista. Con il dito raspava sulla pallina ruvida, cercando di muovere i suoi primi passi nel mondo digitale. Schiacciò con forza brutale due volte e si aprì Windows Media Player. La sinfonia di Beethoven n. 9 partì gracchiando, la melodia ingarbugliata come se uscisse da una radio rotta. Sul monitor si materializzò una girandola di colori in movimento, che si intrecciavano creando visioni misticheggianti.
Che diavoleria è questa. Roba da matti, vedo le stesse cose di notte quando ho mangiato troppo pesante.
Schiacciò con forza il mouse e la musica cessò di colpo. Pestò nuovamente sul tasto e si aprì Word. Al fondo del monitor comparve il disegno di una clip di metallo con gli occhi fuori dalle orbite, che saltellava in modo idiota. Quella creatura lo fissava sorridendo.
«Ciao, io sono Clippy! Sembra che tu stia scrivendo una lettera! Vuoi che ti aiuti?»
Ma da dove salta fuori questo gnometto? Non sto scrivendo una lettera. Sto per scrivere il capolavoro del secolo. Fuori dai maroni, grazie.
«Sembra che tu stia scrivendo un curriculum» disse Clippy, con tono garrulo.
Dio bono, adesso lo stendo questo scherzo della natura.
Tirò un pugno fortissimo sul mouse, e tutte le finestre sul monitor si chiusero di colpo. La stanza tornò nel silenzio più assoluto.
Questa tecnologia mi sta già irritando. Ho comprato quintali di roba per poter essere uno scrittore vero. Per scrivere al computer. Ma mi sembra di essere al circo Orfei.
Liberò la scrivania, appoggiando con sforzo biblico il monitor a terra. Prese una coperta logora dall’armadio e la buttò sul computer.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Prese un foglio bianco e una matita e li dispose in modo ordinato sulla scrivania. Quel gesto gli riportò alla mente quando era un bambino delle elementari.
La maestra aveva convocato suo padre a scuola, per una faccenda della massima importanza. Si ricordava bene lo scambio di battute tra i due.
«Buongiorno, l’ho fatta venire a scuola perché suo figlio Manlio ha il dono della scrittura. Un dono che va coltivato. Se continuerà a esercitarsi potrà diventare uno scrittore di successo. Aiutatelo, ne va del suo futuro.»
Suo padre aveva risposto con un grugnito, ma arrivati a casa non glie l’aveva fatta passare liscia.
«Eccolo, il maestrino. Ti dai arie da professore, eh? E il tuo vecchio a rompersi la schiena. Ma non credere, anche tu finirai per diventare un mulo da soma. È questo il tuo destino.»
Dopo essersi buscato delle botte gratuite, Manlio aveva evitato rigorosamente la scrittura per il resto dell’infanzia. Scacciò quei pensieri con un gesto della mano, come se fossero mosche fastidiose.
Ci siamo. Concentrati, comincia il tuo libro. Ce la puoi fare.
Erano passati 30 lunghissimi minuti, e non aveva scritto neanche una parola.
In compenso aveva scarabocchiato una bandiera dei pirati, impreziosita da un teschio con gli occhi fiammeggianti. Aveva dato la caccia a una mosca, senza successo. E aveva fumato a mitraglia, infilzando i mozziconi con uno stuzzicadenti per creare una torre.
Non funziona, sta andando veramente male. Forse sbaglio qualcosa. Ci deve essere un trucco per farsi venire le idee.
Poi si ricordò del libro che aveva comprato alla libreria Parole al Vento, dalla splendida Lucia. Solo ripetere quel nome nella testa lo fece avvampare.
No caro mio, pensa al libro, non alle glorie di quella donna magnifica.
Prese il libro che giaceva abbandonato sul divano e rimirò la copertina, bofonchiando il titolo.
Da zero a Kafka: diventa uno scrittore in 7 giorni.
Forza Professor Dottor Greco, sono nelle tue mani. Fai di me uno scrittore vero.
Improvvisamente sentì il campanello alla porta suonare. Realizzò in un istante di essere impresentabile: barba sfatta, fiato da cantina infestata dai fantasmi, addosso solo la ridicola imitazione di un kimono giapponese comprata alla Standa. I pochi capelli sopravvissuti erano sparati verso l’alto.
Se li appiattì con le mani e andò ad aprire la porta.
Davanti a lui si parò una vecchina che lo guardava con gli occhi spiritati. Era così minuta da scomparire quasi alla vista.
«Maresciallo Sagrin, sono la signora del piano di sotto. La vedova Bertocchi.»
«Buongiorno signora, qual buon vento?»
La vecchina si guardò intorno, come a cercare il vento nell’appartamento di Manlio.
«Ossequi, Comandante. Però la devo redarguire: sono giorni che fa un gran fracasso a tutte le ore del giorno e della notte. Lei è delle forze armate, lo sa che dar fastidio agli anziani è un reato. E poc’anzi con quella musica del diavolo - non siamo mica in una balera, sa?»
«Beethoven? Oh, insomma, lasciamo stare. Mi ascolti bene, signora. Quel rumore che dice di sentire è una sua fantasia. Ma le dirò di più: lei sta intralciando un caso di importanza internazionale. Sto dando la caccia a un criminale che si accanisce proprio sulle anziane vedove. Un vero farabutto.»
Manlio trattenne a stento un sorriso compiaciuto per la sua trovata.
La signora finse di non scomporsi ma era visibilmente turbata.
«Capisco, Caporale, non la disturbo oltre. Ma veda di sbarazzarsi di quel gatto. Questo è un palazzo di persone per bene, non sono ammesse le bestie. Si sa che poi a volte qualcuna finisce stecchita, magari con una polpetta avvelenata.»
«Gatto? Ma di quale gatto parla? Qui non c’è traccia di animali, se non qualche topo.»
«Se lo dice lei» disse la vedova Bertocchi, chinandosi per sbirciare sotto al divano. «Badi bene, ora lei mi prende per una vecchia impicciona. Ma sono stata giovane anch’io, e piuttosto bella, mi creda. Avevo file di giovanotti che mi facevano il filo. Se la goda la vita: passa veloce come un lampo e resta solo un pugno di mosche.»
Schioccò le dita scheletriche.
Poi guardò velocemente la scrivania di Manlio, notando il foglio e la matita.
«Si diletta a scrivere? Anche un mio nipote scribacchiava. Era riuscito a pubblicare un articolo persino sull’Eco del Chisone. Finito male purtroppo, sempre attaccato alla bottiglia. Scrivere è un passatempo da ricchi, non adatto alle persone per bene. Detto ciò la saluto, ho il parroco che mi aspetta.»
Manlio la vide scomparire giù dalle scale, in un vorticare di ciabatte di plastica. Si chiuse la porta alle spalle con forza, provocando un boato sul pianerottolo.
Ci mancava il predicozzo della cariatide. Attaccato alla bottiglia? Il risultato di avere a che fare con una vecchia grama per tutta la vita.
Si sistemò alla scrivania.
Basta tergiversare.
Aprì il libro e si immerse nella lettura.
Splendide creature di luce dotate di pensiero, benvenuti a Da zero a Kafka.
Partiamo dalle statistiche, che non mentono mai: il 95% degli aspiranti scrittori fallisce miseramente, ma il 100% di chi ce l’ha fatta ha letto il mio libro.
Questa è la lezione 1, il primo passo della vostra vita da scrittori.
Cominciamo con un breve esercizio. Aprite la mano e datevi una botta sulla testa con tutta la forza che avete. Fatto? Bene. Come vi sentite ora? Intontiti? Certo, perché la testa è la casa dei pensieri. Nuotano come pesci nella scatola cranica. E ora avete smosso le acque.
Guardate la vostra stanza come se la vedeste per la prima volta. E come se fosse l’ultima, perché ora provvederemo a renderla irriconoscibile. Togliete ogni immagine o illustrazione, quadro o fonte di distrazione dalle pareti. Andate in un negozio di Belle Arti e comprate delle lavagne magnetiche, le più grandi che trovate. Le pareti della vostra stanza diventeranno un campo di gioco, dove costruiremo ambiziose mappe mentali per domare le storie, tenerle al guinzaglio e portarle fino alla meta. Spogliatevi: i vestiti imprigionano la creatività. Indossate solo un cappello, che protegge l’acquario dei pensieri. E infine, di getto, al mio tre: scrivete il titolo del vostro libro. Il titolo è il messaggero dell’opera. Esistono brutti libri con titoli belli, ma mai libri belli con titoli brutti. Uno, due, tre.
Manlio chiuse il libro.
Ma che stronzate. Darsi uno schiaffo in testa? Questo Greco mi prende per un cretino. Mi ricorda quel truffatore di Artemio.
Si guardò intorno. Il computer nuovo di zecca coperto come un morto. Il foglio bianco. I mozziconi di sigarette. Si sentì il petto stringere. Le mani che tremavano. La stessa sensazione di quando suo padre lo aveva picchiato.
Oh, al diavolo.
Si tolse il finto kimono e rimase in mutande e canotta. Si guardò il palmo della mano, contò fino a tre mentalmente, poi si diede un gran schiaffone sulla fronte.
Ancora dolorante si calzò il basco sulla testa.
Poi prese la matita, se la girò un paio di volte tra le dita e iniziò a scrivere. Scrisse grande, occupando quasi tutta la superficie del foglio con righe di matita così spesse da bucare quasi la carta.
Sollevò il foglio per osservarlo. Poi lesse a voce alta la parola che aveva scritto.
«Il Cetaceo.»
Esausto, si afflosciò sulla sedia.
Fuori, Torino sembrava dormire. Dentro, un uomo tentava di diventare qualcun altro.





