Care lettrici e lettori,
siamo arrivati al penultimo episodio della prima stagione di Sagrin.
Il detective ha capito chi lo sta ingannando, ma scoprirà presto che anche i cacciatori possono finire in trappola. E quando i riflettori si accendono su di te, non puoi più scappare nel buio.
Buona lettura!
Caccia al topo
Sagrin chiuse di scatto il taccuino dei casi e lo infilò nella tasca interna dell’uniforme. Le dita gli tremavano leggermente mentre abbottonava il colletto militare, segno che l’adrenalina stava finalmente vincendo sulla stanchezza. Aveva passato tutta la notte nello studio a rigirare quella parola in testa: figliolo. Una parola che suo padre non aveva mai pronunciato. Mai. E questo errore era la crepa nell’inganno, la fessura attraverso cui vedere la verità. Controllò la pistola d’ordinanza, la infilò nella fondina sotto l’uniforme. Guardò un’ultima volta i poster alle pareti e annuì con decisione. Uscì dallo studio di corsa. Le chiavi della Marea tintinnavano nella tasca. La città si stava svegliando, ma era ancora coperta da un manto umido e gelido.
Sagrin sfrecciava a bordo della Marea attraverso via Fratelli Calandra, il motore che ruggiva come non faceva da mesi grazie a Pellegrino, mentre Torino scivolava ai lati del finestrino come un fondale dipinto alla bene e meglio.
Figliolo. Mio padre non avrebbe mai detto figliolo.
La droga. Artemio aveva accesso a tutto. Incensi, luci, trucchi.
La Duchessa. È in pericolo. Stavolta non arriverò tardi.
Strinse il volante con troppa forza. Le nocche bianche. Sentiva il bastoncino di liquirizia dissolversi tra i denti, ormai ridotto a polpa amara. Raggiunse Piazza Castello in pochi minuti. Parcheggiò la Marea in divieto di sosta davanti al Dito di Mussolini e scese di corsa. Il portiere lo salutò con un cenno del capo, e il detective rispose con un gesto secco della mano prima di lanciarsi verso le scale. L’ascensore era rotto, come sempre. Sagrin salì i gradini due alla volta, imprecando in lingue sconosciute. Raggiunse l’attico con il cuore che batteva all’impazzata. La porta era socchiusa: Sagrin la spinse lentamente con il piede, dopo aver estratto la pistola dalla fondina. L’attico della Duchessa era completamente vuoto: non c’era traccia degli arazzi pesanti, degli incensieri di ottone. Era sparito tutto. Le pareti mostravano i segni dei punti dove erano stati appesi specchi e dipinti, mentre il pavimento era pulito, quasi come se fosse stato spazzato con cura per nascondere delle tracce. Agli occhi di un visitatore di passaggio poteva apparire come una casa sfitta da tempo. Attraversò a una a una le stanze stringendo la pistola, controllando ogni angolo attentamente, per raggiungere infine la sala della seduta spiritica. Il tavolo rotondo era rimasto al suo posto, al centro della stanza, le sei sedie disposte intorno con precisione geometrica. Ma tutto il resto era svanito. Osservò con più attenzione e notò un piccolo biglietto piegato, posizionato al centro del tavolo. Lo aprì e la prima cosa che notò fu la calligrafia, in elegante inchiostro nero, che spiccava sul color crema della carta.
Caro figliolo, se ti sta a cuore la Duchessa, corri svelto dal tuo amico più caro. Non deludermi anche questa volta. Un padre che ti osserva sempre.
Nella frazione di un secondo Sagrin realizzò che il biglietto faceva riferimento a Padre Pellegrino. Non aveva tanti amici in generale, figuriamoci “cari” amici. Stava per lanciarsi in direzione Santa Rita, verso l’officina di Padre Pellegrino, ma si fermò di colpo. Era tutto troppo citofonato, troppo lineare.
Artemio vuole che vada da Padre Pellegrino, ma è una trappola. Mi vuole guidare come un topo in un labirinto, per essere sicuro che io sia dove devo essere, e non a ficcare il naso altrove. Figliolo, figliolo dei miei stivali!
Piegò il biglietto e lo infilò nella tasca dell’uniforme.
«Se vuoi che io vada da Padre Pellegrino» mormorò a voce bassa, «puoi star fresco.»
Non era ancora soddisfatto della sua ispezione, e così riprese a perlustrare, a carponi sul pavimento. Sapeva che anche i criminali più astuti tendono a trascurare i dettagli più minuti, le cose di poco conto. Finalmente nella sala della seduta notò una traccia sul pavimento, come se un oggetto pesante fosse stato trascinato. Seguì la linea fino a raggiungere la parete est: saggiò la consistenza con le nocche, e notò che la parete suonava vuota. Cominciò ad applicare pressione con entrambe le mani, e il muro si spostò di qualche centimetro: una favolosa parete di cartongesso, che scorreva su delle rotaie minuscole. Ripensò alla seduta e si ricordò che quella porzione di muro era coperta da un arazzo. Spingendo ancora la parete si trovò in una stanza molto piccola, una sorta di ripostiglio per le scope. Ma per come era allestita, sembrava una cabina di regia: cavi elettrici, luci di scena, un vecchio proiettore per ombre cinesi, e ancora bottiglie vuote di ogni forma e dimensione. Ispezionò le etichette, scritte a mano: incenso di Damasco, mirra, sandalo, rosa del deserto. Guardò oltre le bottiglie e notò tre telecamere nascoste, piccole ma di gamma professionale. Infine, su una mensola di legno trovò una ciotola di ceramica, con residui di polvere bianca. Annusò e sentì un odore acre e chimico.
Bingo. Psilocibina, o altro, tagliata con qualcosa di chimico. Ha drogato tutti durante la seduta, ecco la conferma.
Stava per uscire dalla stanza quando notò una lista, pinzata sotto un monitor spento. Iniziò a leggere:
MASCHERE & ILLUSIONI Via Po 47, Torino
Trucco scenico professionale
Parrucche uomo, donna
Baffi posticci (set 3 pz)
Colla per protesi
Sul foglio era appuntata una data: tre giorni prima della seduta spiritica. Ridacchiò amaramente: la verità stava finalmente venendo a galla, ma di nuovo troppo tardi, quasi fuori tempo massimo. Stava perdendo smalto.
«E così Artemio si travestiva, recitava la parte dei fantasmi. E visto che è palesemente un incapace, la droga lo aiutava a trasformare la mascherata in un evento soprannaturale» disse a voce alta. Piegò la lista e la mise in tasca accanto al biglietto.
Il negozio Maschere & Illusioni si trovava in via Po, e apparteneva alla categoria di attività commerciali che la città intera sembrava avere dimenticato da tempo. L’insegna sbiadita faceva il paio con maschere veneziane rese pallide dall’esposizione al sole e parrucche rimaste quasi prive di capelli. Sagrin entrò, e l’interno si presentò come un’estensione dello spettacolo già visto dall’esterno. Un tripudio di polvere, scatole ammonticchiate e stoffe che odoravano di naftalina. Il bancone era occupato da un uomo sulla sessantina con il fisico tipico del pitu torinese: pancia ampia che premeva contro il bancone e gambe sottili come stuzzicadenti, come una sorta di fenicottero imbolsito. I capelli unti penzolavano di lato, mentre gli occhiali spessi celavano lo sguardo sotto molteplici strati di unto.
Questo ha l’aria di uno che conta ogni centesimo tre volte.
«Buongiorno» disse Sagrin estraendo dalla tasca una foto di Artemio, una foto che aveva preso dall’archivio, relativa al caso del furto.
«Questo signore, con la faccia da brocco, l’ha mai visto? Magari di recente?»
L’uomo prese la foto con dita ossute, e la guardò a lungo senza fiatare. Troppo a lungo.
«Mah...» disse infine, grattandosi la pancia. «Non saprei. Vede, a volte ho la memoria corta. Altre volte invece ricordo benissimo, pensi un po’» disse il negoziante, con un sorriso sghembo.
Sagrin sospirò. Estrasse dalla tasca una banconota e la lasciò cadere sul bancone. Gli occhi del negoziante si illuminarono istantaneamente.
«Ma sa che è fortunato? Forse oggi è una di quelle volte in cui la mia memoria funziona.»
La banconota sparì nella tasca del grembiule con un movimento rapido. «Sì, il bel giovanotto! Elegante, sempre in smoking, in tutte le occasioni. Come non ricordarlo?»
«Quando è stato qui l’ultima volta?» chiese Sagrin.
«Tre, forse quattro giorni fa? Veniva spesso nell’ultima settimana. Comprava un po’ di tutto: trucco teatrale professionale, parrucche. Sembrava molto preparato, sapeva esattamente cosa voleva.»
«Ha detto per cosa?»
Il negoziante si sporse sul bancone, abbassando la voce come se condividesse un segreto prezioso. «Prove! Mi ha detto che stava preparando uno spettacolo importante. Un giorno mi aveva dato più confidenza, e mi parlava di uno studio sotto la Mole. Era molto eccitato. Mi ha anche invitato alla prima! Mi ricordo le sue parole: “Vedrà, sarà uno spettacolo che tutta Torino ricorderà”.»
Sagrin si sporse sul bancone. «Uno studio sotto la Mole. Ha detto dove esattamente?»
Il negoziante si grattò la testa, pensieroso. O forse stava valutando se l’informazione valesse un’altra banconota. «Aspetti... sì, via Montebello. O forse via Verdi? Una di quelle viuzze lì intorno. Gli edifici vecchi, sa? Quelli con i sotterranei.»
«Grazie» disse Sagrin. «È stato molto utile.»
Uscì dal negozio lasciando il campanello a tintinnare alle sue spalle.
La zona sotto la Mole Antonelliana era composta da un dedalo di vie strette e portoni scrostati. Edifici ottocenteschi al tracollo, con le facciate color ocra e marrone che trasudavano malinconia e mestizia. Sagrin percorse via Montebello controllando portone dopo portone, la maggior parte dei quali erano chiusi e con targhe di ottone illeggibili. Finalmente raggiunse via Verdi e al 16 vide una cancellata in ferro battuto finemente lavorata, su cui era apposta una targa moderna che recitava: Studi Registrazione - Piano Sotterraneo.
Provò la maniglia, e la cancellata si aprì. Intravide una scala che scendeva verso il sotterraneo, e la percorse fino a raggiungere un corridoio illuminato da luci al neon tremolanti, che terminava in una porta. Una porta moderna, completa di serratura elettronica e una targa luminosa che lampeggiava in rosso: STUDIO B - REGISTRAZIONE IN CORSO.
Si fermò davanti alla porta ed estrasse la pistola. Era pronto a tutto, e non aveva alcuna idea di cosa potesse accadere. Aprì la porta di scatto e fu investito da una esplosione di luce, tanto da dover coprire gli occhi con un braccio. Si ricompose in fretta, in posizione di tiro. Ma mentre acquisiva lentamente la vista, sentì una musichetta festosa, più che altro fastidiosa, da programma televisivo. Poi un turbinio di voci confuse, e applausi a profusione: decine di persone che battevano le mani all’unisono.
Madonna Santa. No.
Davanti a lui c’era un set televisivo completo: telecamere professionali su binari, gradinate stracolme di pubblico e un palco centrale su cui svettava un logo illuminato: ILLUSIONI ITALIANE - RAI 1. E al centro del palco, sotto i riflettori: Artemio. Smoking nero con papillon fucsia, capelli impomatati e un sorriso abbagliante da presentatore televisivo navigato. Accanto a lui sedeva la Duchessa, ancora vestita con l’abito porpora della sera della seduta. Sagrin notò che la donna aveva uno sguardo assente, perso nel vuoto. E la postura era innaturale, sembrava quasi sedata: un involucro senza vita all’interno. Artemio iniziò a parlare con il suo microfono ad archetto professionale, che dava una nota stridula alla sua voce.
«Che sorpresa, signore e signori, ecco un ospite speciale! Il leggendario Detective Sagrin! Nessun criminale è al sicuro con lui.»
Il pubblico inondò la sala di applausi e fischi concitati.
Sagrin si guardò intorno e fece due conti. Tanto per cominciare era in diretta, e lo stava guardando tutta Italia. La tentazione di scappare era forte, ma avrebbe fatto la figura del codardo. L’alternativa era sparare a quel miserabile di Artemio, ma avrebbe finito gli ultimi anni di vita in gattabuia. Artemio fece un gesto sinuoso con la mano, indicando una sedia vuota accanto alla Duchessa. «Detective, per favore, non resti lì sulla porta come uno zerbino. Lei è nostro ospite, e questa sera scopriremo insieme la verità su un inganno straordinario, accaduto proprio qui, a Torino.» Sagrin abbassò lentamente la pistola, mentre il pubblico applaudiva ritmicamente. Guardò Artemio, che sorrideva trionfante, con uno sguardo che rasentava la follia.
Artemio riprese parola. «Bene, mentre lasciamo il tempo al nostro ospite di ambientarsi, vi ricordo il tema di questa prima serata di Illusioni Italiane. Scopriremo insieme chi è il vero imbroglione: la medium che truffa i ricchi, o il detective che li protegge. È giunta l’ora del suo processo, Detective Sagrin!»
«Ma quali ricchi e quale processo, forse hai bevuto, Artemio. Straparli» borbottò Sagrin, a denti stretti.
Scoprì di avere ancora la pistola in mano. Poi guardò le telecamere con le lucette rosse accese. Registrazione in diretta.
Quel figlio di buona donna mi ha teso una trappola, e io ci sono cascato in pieno.
Non c’era scampo: per la prima volta nella sua carriera non aveva la minima idea di come se la sarebbe cavata. Con una lentezza pachidermica si sedette sulla sedia accanto alla Duchessa, riponendo la pistola nella fondina. Il pubblico applaudì ancora più forte, inebriato da quella girandola di emozioni.




Devo trovare il tempo di riprendere a leggere gli episodi!
Complimenti!
Che colpo di scena! E adesso? Il nostro Sagrin mi sembra proprio nei guai...