Ep.8 Il nome dimenticato
In cui Sagrin cerca di ricordare l'uomo che fu.
Questa settimana Sagrin fa quello che fa raramente: si guarda dentro.
Siamo all’episodio 8. Mancano due episodi alla fine della prima stagione.
Grazie per essere saliti sulla Marea con me. 🚗
*** P.S. Ho riscritto l’episodio 2 per dare più respiro alla storia.
Lo trovate sotto, nella Raccolta Sagrin, se volete leggerlo.
Il nome dimenticato
Sagrin non aveva chiuso occhio, ed era visibilmente stropicciato. Aveva passato la notte nella Marea, parcheggiato in via Fratelli Calandra con il motore spento e il finestrino abbassato a metà. Ogni volta che provava ad addormentarsi vedeva quella sagoma dall’altra parte del tavolo, sentiva quella voce dell’oltretomba pronunciare il suo nome. Manlio. Il nome dimenticato, che non aveva più ragione di esistere. Per ammazzare il tempo aveva fumato come una ciminiera riempiendo il posacenere fino all’orlo. Raggiunta la capienza massima del contenitore, aveva optato per appoggiare le cicche sul cruscotto color mogano, come tante pedine del domino. All’alba la nebbia si era mangiata Torino in un boccone, e Sagrin aveva guardato il suo riflesso nel finestrino appannato. Stentava a riconoscersi: i baffi afflosciati, il riporto in disordine, gli occhi gonfi e rossi. Il Detective dal fascino irresistibile sembrava un ricordo lontano. Decoroso, aveva detto suo padre. La parola lo punzecchiava come una zanzara. Si toccò la spalla sinistra, nel punto preciso dove la terra aveva macchiato la stoffa dell’uniforme. Aveva provato a spazzolarla con una mano, ma il segno se possibile si era espanso ulteriormente. Scese dalla macchina con le ossa che scricchiolavano, e dopo un passo il freddo umido gli si infilò dentro.
Si guardò intorno: il Bar Les Arcades era già aperto, la piccola entrata illuminata fiocamente. Va bene, pensò. Un Tamango. Quello sì che rimette tutto a posto. Entrò nel locale con passo incerto. La barista lo guardò interdetta: un uomo in così male arnese poteva significare solo guai. Si sedette al bancone e ordinò con un cenno del capo. La donna si spostò nel retrobottega, lontano da occhi indiscreti, per preparare il suo intruglio segreto. Sagrin si afflosciò sul bancone, sprofondando nei suoi pensieri, che inevitabilmente lo portavano sempre a suo padre, alla voce che aveva udito.
Manlio. Figliolo. Non può essere reale, sarebbe illogico. I morti non tornano, proprio perché sono morti, santiddio.
Ma la terra sulla sua spalla sembrava sancire il contrario. La barista ritornò con in mano il cocktail, e Sagrin si fermò ad osservare rapito il colore amaranto della bevanda, racchiusa in un piccolo bicchiere di plastica. Nessuno conosceva la ricetta del Tamango. Le dicerie più ricorrenti citavano un miscuglio di radici africane con presunte proprietà allucinogene, di erbe rare che crescevano solo in certi angoli sperduti del mondo. Lo trangugiò in pochi sorsi, sentendo l’alcool avvampargli dentro. Chiuse gli occhi e aspettò che il calore si diffondesse, risvegliando il suo proverbiale intuito che non accennava a manifestarsi.
Va bene, pensò di nuovo. Ne ho abbastanza di notti insonni e voci sepolcrali, è tempo di risolvere questo dannato caso.
Si alzò dal bancone e uscì dal locale, lasciando qualche moneta sul tavolo. Il suo ufficio era a pochi passi, in Via Della Rocca. La sua adorata tana, dove il caos si trasformava magicamente in ordine. Dove capire, una volta per tutte, cosa diavolo stesse succedendo a Torino.
L’ascensore salì cigolando fino a raggiungere il primo piano. Si appoggiò alla parete di metallo, sentendo l’euforia del Tamango bisticciare con la stanchezza che aveva nelle ossa. La testa gli girava leggermente, ma la sensazione non era spiacevole. Meglio il vuoto dell’alcool che il pieno dei ricordi. La porta dell’ascensore si aprì con un ding metallico. Attraversò il corridoio stretto e aprì la porta del suo studio.
Che mortorio, pensò, appena varcata la soglia. La luce del crepuscolo si faceva largo attraverso le piccole finestre chiuse, illuminando a sprazzi il monolocale che in tante occasioni l’aveva fatto sentire al sicuro, protetto. Ora gli sembrava solo troppo piccolo, e per giunta squallido. Tutto era esattamente come l’aveva lasciato: la scrivania invasa da una mole irragionevole di cartacce e taccuini, la poltrona di pelle fracassata. E una punteggiatura di cataste di libri qua e là. Eppure ogni cosa sembrava leggermente storta, impercettibilmente fuori luogo. Smettila, si disse. Ti fai suggestionare come un bamboccio timoroso. Si sbottonò l’uniforme e la appoggiò con cura sulla sedia. Aveva bisogno di risolvere il caso: bastava trovare l’innesco giusto.
Sagrin era convinto che la genialità investigativa non dipendesse né dalla fortuna, né da una forma di talento innato. E ancora meno dal rompersi la schiena sui manuali. No, tutto dipendeva da una formula segreta, una ricetta che garantiva il successo, messa a punto dopo anni di indagini. Per prima cosa: mettere in ordine la propria stanza, eliminando le distrazioni. Secondo: sforzarsi di mantenere la mente elastica, fresca. Terzo: lasciare che corpo e mente lavorino all’unisono. La combinazione di queste tre tecniche era infallibile. E oggi, più che mai, aveva bisogno che funzionasse. Si guardò intorno. Gli oggetti che aveva accumulato nel corso degli anni lo fissavano dal loro posto: il posacenere della Marlboro in smalto bianco e rosso, la lava lamp comprata al bric-à-brac, il mappamondo con l’Unione Sovietica ancora intatta. Tutti scelti con cura, tutti sistemati al loro posto nella stanza. Almeno così era stato all’inizio. Adesso lo studio sembrava un magazzino di cianfrusaglie. Si lasciò cadere sul divano imbarcato, che ufficialmente rappresentava lo spazio d’attesa per i clienti. Ma di clienti in visita non ne vedeva da tempo. I casi li pescava sul campo, abbandonandosi al flusso della città, fiutando i guai prima ancora che esplodessero. Era il suo dono, e anche la sua maledizione. Leggeva le persone come un libro aperto: sapeva riconoscere le bugie dai movimenti del corpo, le colpe negli sguardi sfuggenti. Ma questa continua analisi lo stancava enormemente. A volte aveva bisogno di sparire per settimane, rendersi completamente invisibile al mondo. Chiuse gli occhi, lasciandosi avvolgere dal divano. Il Tamango gli bruciava ancora nello stomaco. La serata del giorno prima gli affollava la testa di stimoli da processare, codificare. Anche se non riusciva a metterci il dito sopra, c’era qualcosa di sospetto nell’esperienza che aveva vissuto. Ma la mente non collaborava: l’unico modo per riattivarla era affidarsi ai suoi rituali. Per prima cosa chiamò a raccolta mentalmente il parlamento di voci che abitavano la sua stanza, i suoi numi tutelari. Le pareti dell’appartamento erano tappezzate di poster di film, e ogni locandina gli garantiva la compagnia che il mondo non gli offriva. Si alzò dal divano con uno scricchiolio delle ginocchia e accese la lava lamp. La luce calda inondò la stanza. Sulla parete di fronte alla scrivania c’erano Bud Spencer e Terence Hill in Altrimenti ci arrabbiamo. La dune buggy rossa con la cappottina gialla, magnifica. Accanto, il manifesto de Il gatto a nove code, girato a Torino. Si avvicinò alla scrivania e tirò fuori da un cassetto una scatola di latta che un tempo conteneva biscotti Gentilini. Dentro c’era una selezione di audiocassette: colonne sonore di film originali, comprate anni fa al mercato. Prese quella di Altrimenti ci arrabbiamo e la infilò nello stereo Philips che teneva sulla mensola. La sigla degli Oliver Onions esplose nella stanza, in un tripudio di suoni funky e cori maschili. La musica lo riportò alle domeniche pomeriggio di tanto tempo fa. La bottiglia dell’amaro Braulio sul tavolo, il ronzio della televisione in sottofondo. Suo padre seduto come un re sulla sua poltrona, perennemente accigliato. Sua madre in cucina, a preparare l’arrosto per la sera. No. Non era il momento di pensare a suo padre. Ma la musica non bastava, la ricetta per l’ispirazione era un fiasco.
Aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori la scatola dei modellini. Fiat e Lancia, tutti in scala 1:43, comprati uno alla settimana per anni in un negozio di giocattoli derelitto in via Cigna. La sua preferita era la Lancia Stratos Rally, con la livrea rossa e bianca e gli sponsor Alitalia. Prese il modellino e lo fece scorrere sulla scrivania, imitando il rumore del motore. «Vroooom. Curva a sinistra. Curva a gomito.» Si sentì ridicolo e ripose il modellino nella scatola, chiudendola con un gesto secco. Si accese una sigaretta e guardò fuori dalla finestra: Torino era sempre al suo posto, su questo almeno non c’era dubbio. Spostò un po’ di carte sul tavolo, fino a trovare il suo vecchio album di fotografie, che non apriva da anni. No, pensò. L’album no, non me la sento. Ma un attimo si fece forza e aprì la copertina di pelle consunta. Le prime pagine scorsero senza angustiarlo troppo: lui da ragazzo alla Mole Antonelliana, una foto con la divisa da militare (quella vera, non quella comprata al Balon), lui con la Marea appena acquistata e un gran sorriso stampato in volto. Poi arrivò alla foto che cercava di evitare. Lui e suo padre al Parco del Valentino. Sagrin aveva forse diciotto anni, mentre il padre nonostante avesse quarant’anni circa ne dimostrava almeno sessanta: il volto scavato dall’alcool, gli occhi duri e piccoli. Sagrin si lisciò i baffi, meccanicamente.
Decoroso.
Chiuse l’album e si alzò. Doveva pensare al caso. Ai morti. Alla Duchessa, ma più si sforzava, meno riusciva a chiarirsi le idee. Si mise a sfogliare il taccuino dei casi: pagine e pagine di schizzi e appunti. L’ultima pagina riguardava la seduta spiritica. Aveva abbozzato un disegno del tavolo, con gli ospiti seduti intorno: l’antiquario, la gallerista, Artemio nell’angolo, la Duchessa al centro. E quella sagoma davanti a lui. Suo padre. Ripassò con la matita il contorno della figura, aggiungendo alcuni dettagli che gli venivano in mente: le spalle massicce, la postura rigida. Poi scrisse accanto al disegno, in stampatello: “FIGLIOLO” La parola lo guardava dalla pagina. Sagrin la fissò. E allora qualcosa scattò dentro di lui. Suo padre non aveva mai detto quella parola: lo chiamava “Manlio” quando era sobrio, “gran coglione” quando era ubriaco. Ma mai una volta “figliolo”, i vezzeggiativi non entravano nel suo vocabolario, li odiava: diceva che erano “roba da femminucce”. Si alzò di scatto dalla sedia.
Figliolo.
Quel fantasma non era suo padre, era qualcun altro. Qualcuno che credeva di sapere come parlava suo padre, ma lo imitava in modo goffo. La Duchessa? Artemio? Uno degli ospiti? Una cosa era certa: qualcuno lo stava prendendo per il culo. Sentì il sangue battergli alle tempie. L’intuito, finalmente, si stava risvegliando. Tornò al taccuino e cominciò a scrivere furiosamente. Quanti conoscevano il nome Manlio? Pochissimi. Sua madre, morta anni fa, i suoi compagni di scuola. Ma non era tutto, perché aveva un sospetto. Bastava che qualcuno fosse riuscito ad avere accesso ai suoi vecchi fascicoli, a mettere il naso nel suo passato. Manlio, il suo nome, sepolto da una vita. Si ricordava bene perché aveva deciso di cancellarlo per sempre. Un ricordo si fece strada.
A quei tempi Manlio era un giovane agente di polizia. Stava seguendo un caso apparentemente semplice: un bambino scomparso nel quartiere Aurora. Pensava a una bravata, a un gioco di coraggio, ma passavano i giorni e del bambino neanche una traccia. Dieci anni, capelli biondi, maglietta della Juventus: tutti se lo ricordavano, ma nessuno sapeva dire con certezza dove fosse finito. Finalmente Manlio aveva trovato la pista giusta, che lo portava inequivocabilmente verso un campo agricolo ai margini del quartiere. Ma serviva un mandato per entrare nella proprietà, che tardava ad arrivare. Aveva seguito la procedura, aspettato come un cane fedele. Ma quando finalmente il mandato era arrivato il bambino era già morto. Era scappato di casa per gioco ed era caduto in un pozzo. Quella notte aveva dato le dimissioni dalla polizia. E aveva deciso che “Manlio” era morto insieme a quel bambino. Si era ricordato del soprannome che gli davano in città. “Sagrin”, la parola piemontese per tristezza, era perfetto. Si sarebbe chiamato così da ora in poi. Perché la tristezza era l’unica cosa che non poteva seppellire.
Aprì gli occhi.
La sigaretta si era consumata tra le dita, bruciandogli la pelle e lasciando un cumulo di cenere per terra. Figliolo. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò di nuovo al taccuino. Cominciò a ricostruire la serata pezzo per pezzo. La Duchessa aveva pensato a tutto: gli incensieri, le candele e tutto il resto. Ma era stata lei a evocare i fantasmi? O era stato qualcun altro? Artemio. Il maggiordomo. Sempre nell’ombra, sempre silenzioso.
Con quel modo di servire untuoso. Ma ancora, gli incensieri. Emanavano un odore strano. “Incenso di Damasco”, aveva detto Artemio. Una puzza odiosa e persistente. Cercò di ricordare meglio quell’odore. Aveva qualcosa di strano, di chimico, celato dal sandalo e dalla mirra.
Una droga.
Qualcuno aveva drogato i partecipanti alla seduta spiritica.
Le visioni erano indotte dalla droga. E se le visioni erano false, allora anche i morti lo erano. Ma per quale ragione drogare tutti? Tornò al taccuino e scrisse in grande: “LA DUCHESSA È IN PERICOLO.”
Perché se la seduta era stata sabotata, allora il colpevole aveva un piano: gli serviva far credere che i morti stessero tornando. E la Duchessa, con la sua fama di medium, era il suo bersaglio. Doveva trovarla subito, metterla al sicuro. Si rimise l’uniforme, controllò la pistola, e uscì dall’ufficio. La Marea lo attendeva in via Fratelli Calandra, fedele come un cane. E Sagrin era pronto ad andare a prendere per le orecchie chi lo stava ingannando.




Mi sta piacendo tantissimo questa storia! In più, sono sempre stata curiosa di assaggiare il Tamango.