Ep.18 I dimenticati
Dove si restituisce ciò che fu rubato
Mi sembra ieri che avevo in testa un detective grossolano, con i baffi e un cattivo umore molto significativo. Ed eccoci al diciottesimo episodio. Ci vuole ostinazione. E il vizio di non mollare anche quando sarebbe più ragionevole farlo. Sagrin lo sa bene, e anch’io ho imparato qualcosa, nel frattempo. Il caso volge al termine. Quasi. Appuntamento al 27 aprile per il finale di stagione! Grazie a chi legge questa saga bislacca. Senza di voi sarebbe solo una ruminazione solitaria.
Alberto
Per recuperare gli episodi precedenti:
Il mattino dopo Sagrin si svegliò di buona lena.
Nonostante il detective la mattina avesse sempre un cattivo umore molto significativo, questa volta fischiettava come un usignolo.
Nel piccolo bagno cieco dello studio si sistemò i baffi, si aggiustò la divisa e sorrise allo specchio. Poi prese dalla scrivania un biglietto spiegazzato su cui era indicato l’indirizzo temporaneo della Duchessa: la casa di una amica, che la ospitava in attesa di tempi migliori.
Salì in macchina e guidò come un pazzo, sempre senza perdere il buonumore. Raggiunse infine la destinazione: un condominio di tre piani, in via Luisa del Carretto. Controllò ancora una volta il biglietto per leggere il cognome dell’amica, e poi suonò il citofono. La porta si aprì e Sagrin si sistemò nell’ascensore, pericolosamente stretto rispetto alla sua taglia. Arrivato al piano trovò ad attenderlo la Duchessa, con aria interrogativa e vagamente allarmata.
«Detective, a cosa devo la tua visita? E soprattutto, da cosa è dovuto il tuo insolito buonumore?»
«Buongiorno Duchessa. Ti racconterò tutto davanti a una tazzina di caffè, se hai piacere di offrirmela. In quanto al buonumore, ieri ho visto in televisione una trasmissione che diceva che il buonumore è il più potente afrodisiaco naturale. Contagioso, e molto sensuale.»
«Ma sei impazzito? Guarda che non sei un giovinastro in preda alla pubertà. Datti un contegno, suvvia.»
Il detective aggrottò le sopracciglia.
«Vedi, è il mondo che mi vuole di cattivo umore, io ce la metto tutta. Andiamo Duchessa, il caffè mi aspetta.»
Entrò senza tanti complimenti, cercando l’amica della Duchessa.
«In Chiesa, Sagrin. La mia amica è in Chiesa. Molto devota, ogni giorno va a confessarsi, dice che è meglio avere sempre l’anima pulita, alla nostra età.»
Seduti al tavolo della cucina, il detective sorseggiava il caffè con immenso piacere.
Poi senza preamboli entrò nel vivo della questione.
«Duchessa, se sono qui questa mattina è perché ho bisogno del tuo aiuto. Ti ho raccontato tutto, Falco, Artemio, Ludovico. Le sculture di polvere e cenere. Il punto è che credevo di aver risolto il caso ma Ludovico è sparito nel nulla. Ho bisogno di trovarlo. Ho bisogno delle tue visioni. Per favore, si intende.»
«Sei un vero mascalzone, Sagrin. Se la nostra fosse una questione amorosa, ti direi che mi hai sedotta e abbandonata. Ma a ogni modo mi hai illuso che avremmo indagato insieme. Che saremmo stati una squadra. E invece mi telefoni solo quando hai bisogno di me.»
Sagrin abbassò un po’ lo sguardo, e si mise a giocherellare con la tazzina di caffè vuota.
«Sai Duchessa, ti confido un segreto. So di essere un uomo piacente, ho una bella stazza e una mente fina. Ma con le donne, ecco, ho qualche difficoltà. Non ho mai avuto una amica. Non sono tipo da chiacchiere e scampagnate. Ma... mi dispiace, non era mia intenzione ferirti.»
Duchessa lo guardò ostentando serietà, ma avrebbe voluto saltargli al collo e abbracciarlo.
«Va bene, ma che non si ripeta. Scuse accettate.»
«Grazie, Duchessa.»
Sagrin si schiarì la voce e poi tornò serio.
«Duchessa, mi puoi aiutare a cercare Ludovico?»
Duchessa non rispose, aveva già gli occhi chiusi, le mani serrate sul tavolo. Duchessa iniziò a sussurrare, con una voce bassa e maschile.
«Vedo... vedo dei morti.»
Il detective stava per intervenire con una battuta, ma Duchessa continuò, con tono di voce estremamente potente.
«Delle lapidi senza nome. Anime senza pace, violate, che non trovano riposo.»
Duchessa aprì gli occhi all’improvviso, era di nuovo in sé.
«Detective, so dove si nasconde Ludovico. Al Cimitero Monumentale, devi cercare la sezione dei Rotoli Abbandonati.»
«Rotoli? Che rotoli?»
«Un nome antico, è la sezione dei morti senza nome. Sepolture di sconosciuti, senza parenti e amici. Persone non identificate.»
«Grazie Duchessa. Un giorno mi spiegherà il segreto delle sue visioni. Sorprendenti.»
«Mi piacerebbe Sagrin. Ma io non le controllo. Sono loro a controllarmi. E ora vai, mascalzone.»
Il detective salì sulla Marea. Si accese una sigaretta e decise che il viaggio meritava una colonna sonora adeguata. Sentiva che il caso volgeva al termine, tutti i nodi stavano venendo al pettine. Prese dal cassetto porta oggetti una musicassetta.
Talking Heads, Speaking in Tongues.
Inserì la cassetta nel mangianastri e la canzone This Must Be the Place (Naive Melody) si diffuse nell’abitacolo. Sagrin si sentì invadere da un’euforia incredibile, accennò un movimento di danza con il busto per poi ricomporsi in un attimo.
Ingranò la marcia e partì sgommando.
Dopo un tragitto piuttosto breve raggiunse il cimitero. Sistemò la pistola nella fondina e si avviò con passo deciso tra i labirintici viali del cimitero.
Lo scenario era davvero deprimente, ma Sagrin canticchiava mentalmente i Talking Heads per tenersi vigile e ottimista.
Sei ancora vivo, vecchio mio. Sei al cimitero ma non è ancora la tua ora.
Il detective vagò per una buona mezz’ora senza riuscire a trovare la sezione a cui faceva riferimento la Duchessa. Incontrò un addetto che spazzava via le foglie secche con la cicca in bocca, che finalmente gli indicò l’area dedicata ai Rotoli Abbandonati. Mentre si avvicinava, Sagrin appoggiò la mano sulla pistola. Sapeva che non gli sarebbe servita, ma non voleva rischiare brutte sorprese. Finalmente vide uno spiazzo con una serie di lapidi senza iscrizione, disposte a comporre un cerchio perfetto.
Al centro, un uomo in ginocchio. Capelli bianchi, golf grigio, camicia bianca.
Era Ludovico. Il detective si avvicinò cautamente, fino a raggiungere l’uomo. Poi gli parlò con tono misurato.
«Ludovico, spero di non interromperla.»
L’uomo si girò e fissò Sagrin con aria affranta, mormorando un saluto di circostanza. Il detective tirò fuori dalla tasca della divisa un piccolo contenitore metallico. Lo stesso che aveva preso a casa di Ludovico. La scatola delle ceneri. Ludovico la fissò e sembrò impietrirsi. Lo sguardo si fece vitreo, i muscoli tesi. Poi a fatica sospirò rumorosamente. Si fece forza e parlò.
«Detective, a quanto vedo ha messo insieme quasi tutti i pezzi del puzzle. Si è persino introdotto a casa mia per farlo. Potrei denunciarla, lo sa?»
Sagrin scrollò le spalle, senza proferir parola.
«Cercherò di darle la mia versione della storia Sagrin. Non è un compito facile, ma ho bisogno che senta la mia verità. L’Arte Effimera... tutto è iniziato da una folgorazione. L’arte che si vedeva in giro in quegli anni era particolarmente noiosa. Cauta, politicamente corretta. Arte da salotto. Io cercavo di accendere una scintilla nella mente delle persone. Cercavo un innesco. E così pian piano ho iniziato a spogliare le mie creazioni dal superfluo. Come uno scultore che libera la forma dal marmo. Ma io mi stavo liberando anche della forma. E quando non rimane più nulla cosa rimane?»
Sagrin balbettò «polvere? cenere?» L’arte lo metteva sempre in soggezione.
«Esatto, detective. Ma non mi bastava. Volevo che ogni singolo frammento delle mie opere avesse un valore inestimabile. Non in termini economici. Valore spirituale.
Che fosse intriso di vita. Che fosse esso stesso vita. Un giorno stavo vagando per questo cimitero, il giusto paesaggio per un’anima inquieta come la mia. Un guardiano mi fermò per far due chiacchiere, non sopportava più la solitudine di quel luogo. E così mi raccontò dei Rotoli Abbandonati. Per giorni non pensai ad altro che a quei morti senza nome. Nessuno li piangeva. Nessuno aveva mai messo dei fiori per loro. Erano cenere, cenere dimenticata. Così decisi che li avrei salvati. Tornai una notte e trafugai sei urne piene di cenere. E pian piano utilizzai quelle ceneri per le mie sculture, mischiandole con la polvere. Non sarebbero mai stati più soli. Il pubblico li avrebbe osservati per sempre con meraviglia. L’arte che dà nuova vita alla morte. In quei tempi si faceva un gran parlare delle mie opere, ero nel pieno del successo. Si prospettava la possibilità di fare una mostra al Castello di Rivoli, una vetrina incredibile. Una rampa di lancio per la mia carriera. Avevo conosciuto Falco, che mio malgrado mi aveva convinto a dare il fianco a manovre di speculazione. Una cosa ignobile, ma la verità è che avevo bisogno di soldi per me, per la mia famiglia. Per mio figlio Artemio. Accettai per mancanza di alternative. Ma poco prima dell’inaugurazione della mostra la mia coscienza mi presentò il conto. Quello che avevo fatto mi appariva finalmente ignobile, contro natura. Una cosa ripugnante, abietta. E così prima dell’inaugurazione fui io stesso a far sparire le opere, con un aspirapolvere industriale. Non un guardiano di sala, fui io. Il museo era così in imbarazzo che cercò solo di dimenticare tutto, di andare oltre. Falco sparì e io mi trovai senza soldi, senza arte, senza anima. È tutto detective, questa è la mia verità.»
Sagrin rimase in silenzio per qualche istante, poi si accese una sigaretta.
«Ludovico, lei parla di verità. Ma la verità è che il motore delle sue azioni è stato anche la vanità. La fama. Genio e sregolatezza, no? Gli artisti a volte si sentono al di sopra delle leggi, persino quelle della natura. E quando la vanità non bastava più, ha distrutto tutto. Ma loro sono rimasti morti. Dimenticati come prima.»
Ludovico abbassò lo sguardo.
«Lo so, detective. Per questo sono qui. Sono venuto a chiedere perdono. Ma i morti non parlano, comunicano attraverso il silenzio.»
«Ludovico, siamo noi a dover trovare un modo di vivere con quello che abbiamo fatto. Con il nostro passato, i nostri errori.»
L’uomo alzò gli occhi verso Sagrin.
«E lei come ci riesce, detective? Come si vive con il peso dei fallimenti?»
Sagrin tirò una boccata di fumo, guardando le lapidi senza nome.
«Si vive ricordando. Ogni giorno. È l’unica forma di onestà che ci resta. Io ho seppellito il mio vero nome per un errore. Lei ha rubato le spoglie altrui. Siamo entrambi colpevoli di qualcosa. Ma la differenza è che io mi sono alzato la mattina dopo e ho continuato ad andare avanti. Lei ha messo la testa sotto la sabbia.»
«Non so se posso farlo.»
«Suo figlio la sta cercando, Ludovico.»
L’uomo si irrigidì.
«Artemio merita un padre migliore.»
Sagrin scrollò le spalle.
«Artemio merita la verità. Solo quella, per il resto la vita non fa sconti.»
Ludovico guardò la scatola metallica nelle mani di Sagrin.
«Posso... posso tenerla?»
Il detective gliela porse senza dire una parola. Ludovico la aprì con mani tremanti. La cenere era lì, grigia, inerte. Si alzò in piedi, si avvicinò alle lapidi. Una alla volta, con gesti lenti e rituali, sparse un po’ di cenere su ciascuna tomba. Sussurrava parole di commiato mentre lo faceva. Sagrin lo osservava in silenzio. Quando Ludovico ebbe finito, rimase lì in piedi, la scatola vuota tra le mani.
«Tornerò. Ogni settimana. Finché non avrò pagato.»
«Lei ha già pagato abbastanza, Ludovico. Ora pensi a vivere.»
Dietro una grande lapide a forma di angelo, una figura osservava nascosta.
Dario Falco era arrivato al cimitero senza sapere perché, seguendo Sagrin alla cieca. Voleva essere sicuro di non finire in prigione, di non avere brutte sorprese. Ascoltò ogni parola del dialogo. Vide Ludovico spargere la cenere. La verità lo colpì come un pugno allo stomaco. E capì che il suo tempo lì era finito. Voleva solo allontanarsi da quella vicenda orribile, che più veniva a galla più portava sofferenza. Non c’era più niente da distruggere, nessuna vendetta da consumare. Solo la propria parte di colpa da portare. La sua avidità cieca e spietata. Falco si allontanò silenzioso tra le tombe, scomparve nella nebbia autunnale. Nessuno lo vide andare via. Nessuno avrebbe mai saputo dove fosse andato.
Sagrin e Ludovico rimasero ancora qualche minuto tra le tombe. Poi il detective disse: «Andiamo. La riporto a casa. Artemio la sta aspettando.» Ludovico annuì.
Si avviarono lentamente verso l’uscita del cimitero. Le sei tombe rimasero lì, con la cenere finalmente restituita. I dimenticati avevano trovato chi li ricordasse.




Che dire? Questo proprio non me l'aspettavo!