Ep.16 Fuochi d'artificio
In cui il detective fa un patto con il diavolo
Care lettrici e lettori,
questa settimana Sagrin scopre che nella vita ci sono momenti in cui si è costretti a fare la cosa giusta per le ragioni sbagliate. O le ragioni giuste per la cosa sbagliata.
È un gran guazzabuglio. L'atmosfera intanto si fa esplosiva.
Buona lettura, e grazie di essere parte di questa avventura.
Alberto.
Per leggere gli episodi precedenti:
Dario stava dando da mangiare a Ludovico, ancora legato, una zuppa fetida di fagioli e cipolle. Una combinazione davvero greve, soprattutto se cucinata su un fornello da campo incrostato.
«Non è intelligente fare lo schizzinoso, Ludovico. Questo passa il convento. Ma ci farai l’abitudine. Vedrai che con il tempo troverai appetitosa e croccante persino una blatta. Lo dico per vita vissuta.»
Si sentì un fracasso.
Sagrin aveva spalancato la porta con un calcio e stava fermo in mezzo alla stanza, pistola in mano e Dario sotto tiro. L’odore dei rimasugli della cena lo colpì come uno schiaffo.
«Buonasera. Spero di non disturbare.»
Falco si girò di scatto. Sagrin notò il coltello nella mano destra.
«Ah, vedo che siete a tavola. Peccato, non ho portato il vino. Signor Falco, quel coltello lo metta per terra. Adesso. O le rovino la cena in modo permanente.»
«Ma lei...» Falco strinse gli occhi per mettere a fuoco. «Lei è il detective Sagrin. La riconosco dallo spettacolo. La facevo più...diciamo, diverso.»
Falco lasciò cadere il coltello con un tintinnio metallico.
La mascella serrata, gli occhi strizzati per la miopia, sembrava un cane randagio costretto all’angolo.
«Bene. Invece lei, Ludovico, sta bene? È ferito?»
Ludovico scosse la testa debolmente. Non era chiaro se rispondesse alla prima o alla seconda domanda, o a entrambe. Poi scivolò in uno stato catatonico, sguardo fisso nel vuoto.
Falco si fece avanti di un passo, come per fronteggiare la pistola. Poi prese parola.
«Detective, mi tolga una curiosità. Lo prenda come l’ultimo desiderio del condannato a morte. Vorrei sapere cosa diavolo ci fa lei qua. L’ha spedita quel verme di Artemio, a ficcare il naso?»
«Non sono un pacco postale, nessuno mi spedisce. Mi sono spedito da solo. Falco, lei è un critico d’arte, non un gangster da quattro soldi. Ha sabotato un teatro, rapito un vecchio e cucinato fagioli marci. Che carriera criminale sarebbe? Mani al muro, basta chiacchiere.»
Falco indietreggiò, come se avesse preso coscienza di essere in trappola.
Poi lentamente si girò e appoggiò le mani al muro.
Ludovico sembrò rianimarsi per un attimo.
«Detective, sia lodato il cielo. Lei è qui per salvarmi.»
Sagrin abbozzò un sorriso.
«Ecco il programma della serata, signori. Ora io slegherò Ludovico. Falco, lei proverà sicuramente a scappare. Ma prima che lei raggiunga la porta la trasformerò in uno scolapasta. Quindi mi faccia un favore, stia fermo e zitto.»
Armeggiò a fatica fino a completare la procedura, tirando un sospiro di sollievo.
Poi iniziò a perquisire il critico d’arte.
Un mazzo di chiavi, un portafoglio, un paio di caramelle alla menta.
Niente di rivelatorio. Il detective non lasciò trasparire la frustrazione.
Guardò Ludovico e notò che sembrava più presente. Stava tornando in sé.
Sagrin parlò.
«Bene. Ora è il momento di capire qualcosa di questa matassa intricata.
Cosa diavolo sta succedendo? Vi ascolto, abbiamo tutta la notte a disposizione. Cominciamo da lei, Falco, non era morto? Mi sembra vivo, almeno per adesso.»
«Sono vivo, ma se lei mi intralcia presto sarò morto, ma questo sarà il minore dei problemi per lei.»
Sagrin lo guardò perplesso.
«Non la seguo. Di certo la sbatterò in cella, ma prima vorrei capire perché ha rapito il signor Bruni.»
«Cercherò di mettergliela in termini semplici. Io e Ludovico anni fa eravamo in affari, o così almeno credevo. La sua arte mi avrebbe fruttato milioni, forse miliardi. Polvere e cenere, una vera poesia per il mio portafoglio. Ma purtroppo per qualche motivo stupido il signor Bruni ha pensato di distruggere le sue opere. Sabotarsi da solo.
E nel frattempo io avevo scialacquato soldi per le prossime dieci generazioni.
Debiti pesanti con gente che non dimentica. Se Artemio fa la sua serata, sveglia il can che dorme. Per questo ho rapito suo padre. Volevo spaventarli. Costringere padre e figlio alla ragione. Avrei rilasciato Ludovico dopo averlo torchiato un po’.
Se lei non fosse venuto a rompere le uova nel paniere.»
Il detective ponderò le parole, cercando di capire la logica contorta del critico.
«Si beh, non ha alcun senso, ma chi sono io per giudicare. Sentiamo l’altra campana. Ludovico, quest’uomo sostiene che lei avrebbe distrutto le sue opere. Ci illumini.»
Ludovico guardò il detective con occhi lacrimosi, poi parlò con un filo di voce.
«È passato così tanto tempo. Le opere le ho distrutte perché...avevo i miei motivi.
Era meglio così. Mi sentivo incastrato in un giro losco. Volevo ricominciare da capo.
E poi ero stufo della polvere, della cenere. Volevo più colore, più vita.»
«Stronzate!» urlò Falco, fuori di sé. «Avrebbe potuto passare il resto dei suoi giorni su un’isola caraibica a sorseggiare mojito. A dipingere conigli rosa, per quello che me ne frega. Stai mentendo!»
Sagrin intervenne.
«Calma, cerchiamo di non far salire i toni. Falco, non credo che la sua curiosità sarà appagata. Lasciamo il passato dov’è e pensiamo al presente. Chiudiamo qui questa storia. Falco, lei finirà in prigione, sicuramente. Però se la caverà in qualche anno, la giustizia italiana è una macchietta. Io parlerò con Artemio, gli spiegherò tutto per filo e per segno. Se ha buon cuore, cosa di cui dubito, magari ometterà di citare il suo nome durante la serata. Gli dirò di volare basso con la serata speciale.
Nessuna rivelazione compromettente. Ludovico torna a casa a godersi la vecchiaia. Vinciamo tutti, lei un po’ meno ma non glielo l’ha ordinato il medico di fare il criminale improvvisato.»
«Vinciamo tutti?» Falco rise amaro.
«Detective, lei non capisce. Non c’è soluzione. Ho fatto qualcosa di irreversibile.»
Sagrin si irrigidì.
«Cosa?»
«Al Teatro Regio. Sotto il palco principale. Ho piazzato una bomba.»
Il silenzio calò come una lastra di piombo.
«Quando esplode?»
«Tra quaranta minuti. Forse meno.»
Falco alzò lo sguardo verso Sagrin.
«È complessa. Timer elettronico, triplo innesco, combinazione alfanumerica. Solo io so come disinnescarla. Sapevo di non potermi fidare di Artemio. Dovevo avere una garanzia.»
Fece una pausa, poi aggiunse:
«E adesso detective? Mi lascia qui a marcire mentre quella gente salta in aria? O facciamo un accordo?»
Sagrin sentì il sangue gelarsi. Centinaia di persone al teatro. Artemio. Il pubblico. Tutti ignari.
«Maledizione!»
Si passò una mano sul viso, la pistola tremava leggermente nell’altra.
«Lei è completamente fuori di testa. Una bomba. Ha piazzato una bomba.»
Guardò l’orologio. Quaranta minuti. Forse meno.
«Io non tratto con...»
Si interruppe. Cosa stava dicendo? C’erano vite in gioco. Centinaia di vite.
Guardò Falco con odio puro.
«Se mi sta mentendo, se questa è una trappola, la ammazzo con le mie mani. Lo giuro.»
Ludovico si alzò barcollando.
«Una bomba? Artemio...mio figlio è al teatro! Detective, la supplico, faccia qualcosa!»
«Non ha scelta, detective, è la verità. Le dico le condizioni. Io disinnesco la bomba. Artemio chiude quella boccaccia. E lei mi lascia tornare all’oblio, a essere un fantasma per sempre.»
Sagrin si sforzò di ritrovare il controllo.
«Non c’è tempo da perdere.»
Prese la corda che aveva legato Ludovico e si avvicinò a Falco.
«Mani davanti. Devo legarla, ma dovrà usarle per la bomba.»
Legò i polsi di Falco con un nodo stretto ma non paralizzante.
«Ludovico, lei resta qui. Chiami sua moglie tra un’ora, dica che sta bene. Io manderò qualcuno a prenderla.»
Ludovico annuì, ancora tremante.
«Faccia attenzione, detective. E salvi mio figlio.»
Sagrin spinse Falco verso la porta, la pistola puntata contro la sua schiena.
«Si muova. Abbiamo trentacinque minuti. Forse meno.»
Uscirono dalle OGR nella notte gelida.
Sagrin si diresse verso la Fiat Marea parcheggiata, mentre Falco camminava davanti a lui. La pistola puntata alla schiena.
Raggiunta l’auto Sagrin scortò Falco alla portiera sul lato destro.
«Salga. Lato passeggero.»
Falco obbedì. Sagrin gli puntò la pistola.
«Non si faccia venire idee balzane in testa. Questo non è un film di serie B. Le azioni stupide si pagano caro.»
Partirono sgommando.
Le strade erano quasi deserte. Sagrin guidava come un pazzo, saltando semafori rossi, sfiorando marciapiedi. La Marea protestava a ogni curva, il motore spinto al limite. Falco si aggrappava al cruscotto, gli occhi strizzati per la velocità.
«Detective, se ci schianta prima di arrivare...»
«Stia zitto.»
Piazza Castello deserta gli scivolò accanto in un lampo. Per un attimo il detective guardò il Dito di Mussolini, ricordandosi del caso delle sedute spiritiche.
Figliolo. Che bastardo quell’Artemio.
Il Teatro Regio era vicino, poteva quasi vederlo.
Sagrin guardò l’orologio. Ventotto minuti. Le mani gli sudavano sul volante.
Prese una sigaretta dal pacchetto e l’aspirò avidamente, il fumo che gli bruciava i polmoni.
Pensò ad Artemio sul palco, ignaro. Al pubblico. C’erano sicuramente bambini. Innocenti.
Non poteva fallire.
«Più veloce» mormorò tra i denti.
La Marea sfrecciava tra le vie di Torino.
Arrivarono al Teatro Regio con le ruote che fumavano.
Sagrin frenò brutalmente davanti all’ingresso laterale.
«Fuori. Subito.»
Sagrin si ricompose. Nascose la pistola in tasca, poi prese Falco sottobraccio con presa salda.
Raggiunsero l’ingresso principale del teatro e Sagrin si rivolse al bigliettaio.
«Sono il detective Sagrin, ingresso speciale per tutte le serate. Ospite d’onore. Questa sera sono con un caro amico.»
Il bigliettaio li guardò sospettoso, poi fece segno di entrare.
Trascinò Falco attraverso l’atrio principale.
Intorno a loro il pubblico elegante chiacchierava, champagne in mano, abiti da sera luccicanti sotto i lampadari di cristallo.
Nessuno sospettava. Il detective cercava di evitare gli sguardi: lo riconoscevano.
In altre occasioni avrebbe pagato per essere visto, per essere amato. Ma non ora.
Sagrin stringeva il braccio di Falco fino a fargli male, la mascella serrata.
Venticinque minuti.
Il contrasto era surreale: la normalità superficiale contro l’urgenza mortale che gli bruciava dentro.
Falco gli indicò con un cenno della testa la porta di servizio nascosta dietro un tendaggio rosso.
«Dove?»
«Sotterranei. Sotto il palco principale.»
Corsero giù per le scale. L’odore di muffa e legno vecchio riempiva gli spazi. I gradini erano ripidi, consumati dal tempo.
«Più veloce» sibilò.
Il corridoio sotterraneo si apriva davanti a loro, stretto e claustrofobico.
Tubature arrugginite correvano lungo il soffitto basso. Il suono dell’orchestra filtrava dall’alto, ovattato, irreale.
Falco rallentò per un attimo, esitante.
«È qui» disse con voce strozzata. «Dietro quella porta.»
Sagrin lo spinse avanti.
Restavano solo ventitré minuti.
Raggiunsero una porta metallica. Falco la aprì con le mani legate, le dita che tremavano sulla maniglia.
Si fermò sulla soglia.
«Detective, onorerà la sua promessa?»
«Apra quella porta. Adesso. Non ho tempo per le sue cazzate.»
Falco spinse la porta, livido dalla rabbia. Il cardine cigolò.
Dentro, nel buio, Sagrin vide la bomba.
Un piccolo zaino nero appoggiato contro una trave. Timer digitale rosso lampeggiava: 22:47... 22:46... 22:45...
Falco si inginocchiò davanti allo zaino, le mani legate che tremavano.
«Luce. Ho bisogno di luce.»
Sagrin accese l’accendino. La fiamma tremolante illuminò il volto sudato di Falco.
Sopra di loro, attraverso il soffitto, si sentivano i passi del pubblico che prendeva posto.
Lo spettacolo stava per iniziare.





Veri fuochi d'artificio! In attesa degli sviluppi!!!