Ep.15 Grandi Riparazioni
In cui si cerca di mettersi al riparo dal passato
Care lettrici e lettori, un avviso: questa storia non è adatta ai deboli di cuore.
Falco è tornato, e non è venuto a portare fiori.
Il nostro coraggioso Detective è sprezzante del pericolo, ma comincia anche ad avere una certa età. Fai attenzione, Sagrin!
Buona lettura, e grazie di essere parte di questa avventura.
Alberto.
Per leggere gli episodi precedenti:
Stazione di Porta Nuova, Torino, mezzanotte.
Ludovico arrivò alla stazione dopo un tragitto in taxi che gli sembrò interminabile.
Si sentiva a pezzi ancora prima di affrontare la situazione che si apprestava a vivere. Se davvero si trattava di Dario Falco non sarebbe stata un’allegra rimpatriata, questo era sicuro.
Raggiunse il binario 1 della stazione e si sedette su una panchina.
A parte un viavai modesto, la stazione sembrava riposare placidamente.
Si guardò intorno. Sarebbe stato in grado di riconoscere Falco dopo tutti questi anni? A un certo punto sentì un tocco sulla spalla, si girò e vide alle sue spalle un uomo di mezza età, il volto coperto da una barba scura e intricata, gli occhi piccoli e nervosi, mai fermi su un solo punto. Sentì l’ansia divampare dentro di lui.
«Dario, sei davvero tu?»
Falco rispose.
«Ben trovato, Ludovico. Non sei cambiato di una virgola, nonostante gli anni. Chissà perché ti immaginavo più vecchio. È passata una vita. Una vita orribile, nel mio caso, per merito tuo.»
«Dario, sei vivo. Non riesco a capacitarmene. Ti pensavo morto. Ma come hai potuto entrare a casa mia? La cenere, non ti serve a nulla, restituiscimela! Mi fa pensare agli sbagli che ho commesso.»
«Di cosa stai parlando, quale casa, quale cenere? Ora andiamo, non possiamo fermarci oltre, devo mostrarti qualcosa.»
Prese sotto braccio Ludovico, serrandolo in una stretta che non ammetteva repliche. Camminarono per una buona mezz’ora, senza parlare. Ludovico pensò a fuggire, ma infine decise che tanto valeva affrontare quello che lo aspettava.
Raggiunsero Porta Susa, per poi proseguire oltre, fino allo stabilimento abbandonato che un tempo rispondeva al nome Officine Grandi Riparazioni - OGR.
Della grandezza non rimaneva traccia, coperta da uno strato di oblio e ruggine impossibile da rimuovere. Falco fece strada sotto la recinzione, a tratti interrotta. Superarono un cortile sovrastato da erbacce e arbusti sghembi, per poi passare attraverso una finestra priva di vetri, sprangata solo per metà.
«Questa è la mia casa, Ludovico. Il mio rifugio da quando sono tornato. Ampia metratura, immersa nel verde. Basta chiudere un occhio sulla totale mancanza di comfort. Quindici anni nascosto, e sono finito qui. Grazie a te. E ora sarà anche la tua casa, per sempre.»
Camminarono all’interno dell’edificio abbandonato. Maestosi spazi con soffitti altissimi, che un tempo ospitavano i treni in riparazione. E poi ancora refettori per le maestranze, spogliatoi, aree comuni. Un labirinto che un tempo non conosceva quiete e silenzio, e ora giaceva immoto.
Raggiunsero quello che doveva essere un tempo un ufficio, nel cuore dell’edificio. Falco l’aveva attrezzato con un fornello da campo, un sacco a pelo. Qualche provvista, lo stretto necessario per presentarsi al mondo senza sembrare un senzatetto.
Indicò un tavolo, coperto da vecchi giornali, ritagli, documenti. Un caos ordinato che parlava la stessa lingua: Castello di Rivoli, la mostra sulla polvere. Dario finalmente si fermò, e fissò intensamente Ludovico negli occhi.
«Sai Ludovico, la cosa che mi fa uscire di testa è che per un attimo abbiamo rischiato di diventare ricchi. Così ricchi da non sapere neanche cosa farsene dei soldi.
Era tutto perfetto. La tua arte non era di certo brillante, ma aveva in sé i codici per decifrare il periodo storico che stavamo vivendo. La fine del secolo, la festa che finisce, e cosa resta? Solo polvere. Ero giovane ma avevo le idee chiare. Le tue opere erano già vendute ancora prima di andare in mostra. Avevo incassato anticipi da compratori forti, internazionali. Spesi tutti. Avevo il vizio del gioco, e una passione viscerale per l’eccesso. E sapevo che i soldi sarebbero stati l’ultimo dei problemi. Mancava solo l’ultimo tassello. L’asta truccata. I compratori avrebbero finto una trattativa all’ultimo sangue, facendo schizzare alle stelle le quotazioni. E trovandosi così già in casa opere di valore inestimabile. Vincevamo tutti, no? Ma le opere sono andate distrutte. Un guardiano zelante, vero?»
«Proprio così, è stata una tragedia. Non solo la tua vita è andata distrutta, anche la mia. Tutti abbiamo pagato delle conseguenze.»
Falco rovesciò il tavolo con una violenza inaudita.
«No, serpente velenoso. Sbagliato. Perché le opere le hai distrutte tu. Come lo so? Lo so e basta. Ti conoscevo troppo bene, stupido vecchio. Ma non riesco a immaginare una sola ragione valida per farlo. Ti strozzerei con le mie mani ora, ma mi servi vivo. Perché oltre a essere tu una pianta infestante, hai dato vita a un figlio che è un insulto alla vita. Uno scherzo della natura. E che non trova niente di meglio da fare che organizzare una serata speciale per indagare sulla mostra. Ho fatto affari con gente pericolosa, Ludovico, se scoprono che sono vivo ci penseranno loro a farmi fuori sul serio. Quindi devi fermare tuo figlio.»
Ludovico provò a rispondere, ma Falco lo interruppe.
«Stai zitto.»
Tirò fuori una corda dallo zaino. Afferrò Ludovico e lo spinse contro una tubatura arrugginita lungo il muro.
«Non fare storie.»
Gli legò i polsi dietro la schiena, stretti intorno al tubo. Ludovico provò a divincolarsi ma la corda stringeva. Falco si allontanò verso la porta.
«Hai tempo per pensare. Quando tornerò, mi dirai come fermare tuo figlio. O questa diventerà la tua tomba. Se non lo fermerai ci penserò io, ma sarà un inferno.»
Uscì. La porta si chiuse con un tonfo metallico. Ludovico rimase al buio, solo con il rumore del suo respiro affannato.
La mattina successiva Artemio provò a telefonare a suo padre. Era una tradizione consolidata che ogni settimana il figlio accompagnasse il padre a giocare a Burraco, l’ultimo baluardo di socialità che Ludovico si concedeva. Ma il telefono dava sempre occupato, impossibile prendere la linea.
Decise di andare di persona, la sua mente si stava affollando di scenari tragici. Mezz’ora dopo era in Lungo Po Antonelli, intento a suonare il campanello con insistenza. Finalmente sua madre Petunia aprì la porta. Gli occhi gonfi, un’aria derelitta.
«Sei tu, Artemio. Dimmi che è solo un brutto sogno. Mi sento morire.»
«Calma mamma, cosa succede. Sono qui, non sei da sola.»
«Tuo padre… è uscito ieri ma non è tornato. Non mi ha detto nulla, non è da lui. Svanito, come se non fosse mai esistito.»
«Dove è andato, ti avrà detto qualcosa no?»
«Mi ha detto che doveva andare da un amico del Burraco, aveva dimenticato qualcosa a casa sua. Qualcosa di importante.»
«Ma il Burraco è oggi, non ha alcun senso. Hai chiamato la polizia?»
«Stamattina. Dicono di aspettare 24 ore. Ma sono troppo preoccupata, non riesco ad aspettare.»
La donna si accasciò su una sedia, singhiozzando. Artemio la accarezzò e non rispose. Perlustrò la casa, tutto in ordine. Nessun biglietto, nessuna traccia.
Cosa diavolo è successo?
Dall’ingresso arrivò una voce flebile, impastata.
«Artemio, un’altra cosa. L’altra sera…»
«Cosa mamma? Cosa devo ancora sapere?»
«Niente, era una stupidaggine, non ti crucciare ulteriormente.»
Artemio imprecò silenziosamente, poi dal telefono di casa compose il numero di Sagrin.
«Detective. Mio padre è scomparso. Ho bisogno di lei.»
Poco dopo Sagrin fu dentro l’appartamento di Ludovico, seduto sul divano con Artemio e la madre. Lo sguardo del detective si posò per un attimo sul porta riviste, e lo allontanò da sé con un calcio trattenuto. Una piccola vendetta.
«Bene signora, di nuovo a casa sua. Spero di vederla in circostanze migliori la prossima volta. Artemio, trascorrere del tempo con lei è sempre una pena, ma ci sto facendo il callo. Ma arriviamo al dunque. Ludovico Bruni, scomparso. Il Burraco è davvero un gioco pericoloso.»
Artemio rispose piccato.
«Il Burraco non c’entra un fico secco.»
Petunia prese parola.
«Detective, mio marito è uscito a tarda sera, ma il punto è che non esce mai. Sembrava nervoso. Da giorni era strano.»
«Neanche una parola sulla destinazione? A parte la bugia del Burraco, ben inteso.» rispose Sagrin.
«No, niente.»
«Bene, ho tutto quello che mi serve. Ora ispezionerò l’appartamento in cerca di indizi. Vi ringrazio per il vostro prezioso aiuto.»
Sagrin controllò metro per metro la casa, anche se sapeva che le uniche tracce che avrebbe trovato erano della sua stessa infrazione. Si fermò a pensare.
Ludovico è scomparso. Coincidenza? No. È tutto collegato. Deve essere per forza Falco. Questo vecchio non ha altri fantasmi nella vita. Deve averlo rapito.
Il detective si congedò poco dopo dall’appartamento, aveva una telefonata urgente da fare.
Sagrin uscì dall’appartamento con la testa che girava a mille. Si sedette nella Marea e accese una sigaretta, cercando di fare ordine nei pensieri.
Falco ha rapito Ludovico. Ma dove lo ha portato? Dove si nasconderebbe qualcuno che deve restare mobile ma invisibile?
Raggiunse la cabina telefonica più vicina e tirò fuori una manciata di gettoni.
Poi compose il numero del suo amico più fidato, Padre Pellegrino. Dopo qualche trillo l’amico rispose.
«Pellegrino, sono io. Come stai vecchia volpe? Quale anima stai salvando in questo periodo?»
«Sagrin, sentirti è sempre musica per le mie orecchie stanche. Ho per le mani un’anima bella, luminosa come il sole. Una Ferrari Dino, giallo limone. Una meraviglia del creato. Passa in officina, ci facciamo un giro.»
«Sai che di macchine ci capisco poco. E poi non vorrei che la Marea si ingelosisse, se mi lascia a piedi sono fritto.»
«Dimmi tutto amico mio, su che caso stai lavorando? Ho perso le tue tracce negli ultimi tempi, dopo la vicenda degli Spiriti.»
«Non saprei da dove iniziare. Vado dritto al punto, mi serve il tuo aiuto. Oltre alle macchine so che ti occupi dei senzatetto, di quelli che la società considera scarti.
Non ne parli, ma lo so che hai un animo caritatevole.»
«Vero Sagrin. Il bene si fa in silenzio, lontano dai riflettori. Sto seguendo casi problematici nelle case popolari. L’eroina è dappertutto negli ultimi tempi.»
«Mi dispiace. Allora ti faccio un piccolo quiz. Mettiamo per assurdo che io voglia sparire, nascondermi in città, ma in bella vista. Vicino alle stazioni, ai servizi, ai supermercati. Dove potrei stare? Lontano dalla polizia e da sguardi indiscreti?»
«Seguendo questa ipotesi balzana ti direi che le case popolari non farebbero per te. Polizia un giorno sì e un giorno no. Campagna no, troppo lontano. In città. Vediamo. Ci sono un paio di posti che mi vengono in mente. Grandi casermoni industriali abbandonati, poco distanti dal centro. C’è il Palazzo del Lavoro, so che ci vive dentro nascosta una comunità.»
«Dimenticavo, vorrei stare da solo. Niente gente tra i piedi.»
«Ci sono altri spazi per chi ama la solitudine. Le Officine Grandi Riparazioni - OGR, oppure l’ex carcere. Posti adatti per i misantropi.»
«Sei un genio, Pellegrino. Se fossi qui ti bacerei. Che tu sia benedetto.»
«Sei il solito salame Sagrin, ti saluto.»
Il detective riagganciò, un sorriso di giubilo gli illuminava il volto.
Le OGR suonavano perfette. Enormi, derelitte, a pochi passi dalla stazione.
Si fece sera. Sagrin parcheggiò la Marea a qualche isolato dalle OGR.
Edifici immensi si stagliavano nel buio, incorniciati da finestre vuote come occhi ciechi. Ispezionò il perimetro fino a trovare un varco nella recinzione.
Si infilò dentro, impigliandosi qua e là con la divisa.
Il cortile aveva qualcosa di sinistro e selvatico, la natura faceva del suo meglio per occultare l’edificio con tutte le sue forze. Trovò una finestra senza vetri e si issò dentro. All’interno l’oscurità era quasi totale, e gli odori di ruggine, umidità e abbandono sembravano ancora più amplificati.
Sagrin avanzava piano nel dedalo di corridoi, ogni passo un’eternità.
Dopo un po’ di giri a vuoto, nell’angolo più remoto vide una luce fioca provenire da sotto una porta. Si fermò, rimanendo in ascolto. Nell’aria un olezzo di fagioli in scatola e cipolle bruciate. Udì delle voci soffocate. Una più debole, tremante. L’altra più dura, metallica. Ludovico. E qualcun altro. Sagrin mise la mano sulla pistola.
Ci siamo. Fine della corsa. Spero non ci scappi il morto. E soprattutto, che non sia io il morto.
Si avvicinò alla porta, trattenendo il respiro.





OGR... Proprio di fianco a dove abito 😱
Un Sagrin quasi a domicilio!!