Ep.13 Il critico fantasma
In cui si scopre che essere dimenticati è un privilegio
Bentornati per un nuovo episodio di Detective Sagrin!
Se vi foste persi parte della trama, trovate tutti gli episodi precedenti al link sotto riportato.
Buona lettura.
Artemio entrò nello studio di Sagrin, chiudendo delicatamente la porta.
Aveva chiesto al detective di incontrarsi in privato, per poter parlare senza orecchie indiscrete dei recenti accadimenti. Sagrin mormorò dalla scrivania di accomodarsi sul divano, impegnato a scarabocchiare con foga su un foglio di carta.
Qualche minuto dopo si parò davanti ad Artemio in tutta la sua stazza.
«Eccomi, Artemio, scusi ma questa notte ho sognato una donna di rara grazia, giunonica, oserei dire strabordante. Non ho resistito all’impulso di disegnarla.» Mostrò all’ex maggiordomo il suo taccuino con un certo orgoglio: sul foglio troneggiava una sagoma con seni imponenti, in pose lascive.
Artemio abbozzò un sorriso di circostanza ma non fiatò.
«Bene Artemio, non le chiedo cosa la porta qua, lo so bene. Gradisce un cordiale o qualcosa da sgranocchiare? Credo di avere un dito di whiskey da qualche parte, e se non sbaglio anche dei cracker.»
Artemio era sbalordito da questa ondata di gentilezza, evidentemente il sogno erotico aveva sollevato l’umore del detective.
«Grazie, detective, non desidero nulla. Complimenti anche per il suo studio, niente male per essere una stamberga. Ma arriviamo al dunque, senza nulla togliere alle sue capacità artistiche, ben inteso.»
Tirò fuori dalla tasca con gesto svelto la foto del padre trovata nei sotterranei, e la diede a Sagrin.
«Questa foto è la chiave dell’enigma. Chi la possedeva conosceva molto bene mio padre, e sicuramente era presente ai tempi della mostra al Castello di Rivoli. Per qualche ragione sospetta che la mia serata speciale possa creare dei grossi problemi. Così grandi da giustificare azioni criminali, potenzialmente mortali.»
«Artemio, la sua arguzia mi spaventa. La facevo tutto fumo e niente arrosto. Mi dica, possiamo confrontarci con suo padre? Scavare nei suoi ricordi?»
«Mio padre non parla, è chiuso in sé stesso. Meglio mettere insieme prima gli altri pezzi del puzzle, e poi incontrare mio padre.»
«Bene, allora diamoci da fare. Partirei da una bella gita agli archivi della Stampa. Spero che abbia tempo a disposizione perché ci terrà impegnati a lungo.»
«Detective, mi consideri a disposizione.»
La coppia saltò a bordo della Fiat Marea del detective, che li scortò senza intoppi fino agli archivi de La Stampa, a due passi dal Parco del Valentino.
Si fecero strada tra il dedalo di scaffali stracolmi, l’odore di carta riempiva l’aria. Finalmente individuarono la sezione corrispondente all’anno della mostra, e iniziarono a smistare i documenti alla ricerca di indizi significativi.
«Sagrin, il passato è una cosa meravigliosa, non crede? È la chiave per leggere il futuro.»
«Certo che ne ha di tempo da perdere in chiacchiere. Le dico io come funziona. Il presente è una latrina. Il passato è una latrina ammuffita. E per quanto riguarda il futuro, l’unico dubbio è se sarà una latrina, un vespasiano o una cloaca.»
«Memorabile detective, la sua sapienza è illuminante.»
Sagrin improvvisamente agguantò un plico di fogli.
«Ci siamo, guardi qua. Sezione arte e cultura, si parla proprio della mostra. A giudicare dai toni doveva essere l’evento dell’anno. Legga questo articolo.»
L’articolo in questione anticipava la mostra: A questo mondo c’è chi consuma arte, il pubblico per intenderci. C’è chi fa arte, i mestieranti del settore. E poi c’è chi è arte. Così proiettato nel futuro da determinare in che direzione andrà la cultura da oggi fino alle prossime generazioni. Conosco solo una mente così illuminata da poter incarnare questa posizione di responsabilità. È Ludovico Bruni.
«Ludovico Bruni, è questo il nome di suo padre?»
Artemio annuì senza ulteriori commenti.
Altri ritagli, altre lodi sperticate: La polvere è quello che resta. Non siamo forse tutti noi un agglomerato di polvere? La polvere di stelle, la polvere domestica. Poco cambia. L’arte vera si nutre del piccolo per abbracciare il cosmo intero.
Artemio controllò la firma in calce agli articoli: “Dario Falco - Critico d’Arte”. «Falco...questo nome mi suona familiare. Era un critico che seguiva mio padre.» Sagrin continuò a sfogliare. Altri articoli, sempre firmati dallo stesso nome.
Dario Falco scriveva su Ludovico Bruni con toni quasi religiosi.
Artemio stava per riporre i plichi quando un titolo lo bloccò.
“DARIO FALCO SCOMPARSO” Il giovane critico d’arte Dario Falco non è rientrato a casa dopo l’inaugurazione della mostra al Castello di Rivoli. L’auto è stata ritrovata abbandonata sul greto del Po, nei pressi del Ponte Vittorio Emanuele I. La Polizia indaga. Secondo fonti vicine al critico, Falco aveva contratto debiti significativi con usurai locali. Si teme per la sua vita.
Sotto l’articolo, una foto: uomo giovane, capelli scuri, occhiali spessi con montatura tartarugata. Sagrin estrasse dalla tasca gli occhiali trovati nei sotterranei. Li accostò alla foto del giornale. Montatura identica. Forma identica. «Artemio, guardi.»
Artemio confrontò foto e oggetto, trattenendo il respiro.
«Ma...è morto quindici anni fa. L’auto sul Po...»
Sagrin fissò la foto di Dario Falco:
«E se avesse inscenato il suicidio? E se vivesse nascosto per sfuggire agli usurai?» Artemio annuì pensoso.
«E ora è tornato. Ma perché? Di cosa ha paura?» sussurrò Artemio.
La terza serata al Teatro Regio.
Artemio e Sagrin sedevano vicini come due buoni amici, nonostante fossero uniti solo da una momentanea alleanza di necessità.
Accanto a loro la Duchessa, che aveva raggiunto il detective per assisterlo durante l’indagine. Lo sguardo si muoveva rapido tra le file. Cercava una presenza, un’ombra fuori posto. L’impalcatura narrativa dello spettacolo si snodava seguendo una catena rodata di contrappunti: azione, mistero, una momentanea debacle che conduceva infine il detective al trionfo.
E inevitabilmente a un momento di tenere effusioni con donne risolute, volitive ma al contempo in cerca di affetto e conforto.
Il pubblico salutò la fine dello spettacolo con immutato entusiasmo.
Artemio sul palco si rivolse agli spettatori: «Amici, compagni di viaggio, come farei senza di voi? Grazie per il vostro affetto. Il momento che stavate aspettando è ormai vicino. Il prossimo spettacolo sarà dedicato a me, alla mia vita, al mio passato. Si parlerà della famosa mostra al Castello di Rivoli. Il dramma. I protagonisti, tutti coloro che erano presenti quella sera. I misteri irrisolti. Sarà una serata di verità. Non mancate.»
Terminò di parlare e si guardò intorno, i sensi in allerta in attesa di eventuali pericoli. Ma non accadde nulla.
Nei sotterranei del teatro, Dario Falco ascoltava attraverso una grata di ventilazione. Quando sentì tutti coloro che erano presenti quella sera, le mani gli tremarono. Il suo nome. In diretta nazionale. Tra una settimana. Si aggiustò gli occhiali di riserva: montatura storta, tenuti insieme con nastro adesivo. Gli avvoltoi capiranno che sono vivo. Devo fermarlo a ogni costo. sussurrò nel buio.
L’improbabile trio aspettò pazientemente che il pubblico uscisse dalla sala.
Quando anche l’ultimo spettatore fu finalmente fuori, Sagrin si rivolse ai suoi compagni: «È il nostro momento. Dobbiamo scendere nei sotterranei e beccare Dario Falco mentre non se lo aspetta. Sparpagliamoci, blocchiamo tutte le vie di fuga. Chiudiamo oggi la vicenda e non ci pensiamo più.»
Duchessa lo guardò accigliata.
«Assolutamente no. È un’idea totalmente sconsiderata. Da quello che mi avete raccontato quest’uomo è disposto a tutto. Avete presente cosa succede quando un gatto si sente in trappola? Graffia. Non è una visione detective, è una certezza. Se scendiamo nei sotterranei qualcuno di noi stasera non porterà a casa la ghirba.» Artemio non riusciva a inserirsi nel dialogo, balbettava fuori tempo. Sagrin sbottò. «Maledetto me che ho pensato di coinvolgerla. Chi fa da se fa per tre. Va bene Duchessa, andiamocene via. Ma quale ghirba e ghirba, dico io.»
«Bene detective», rispose la Duchessa a denti stretti, «troviamo un posto appartato e cerchiamo di trovare un piano d’azione più sensato.»
Uscirono per strada e camminarono fino alla Galleria Subalpina.
Si sedettero in uno dei tanti caffè alla parigina, stretti come sardine in un tavolo minuscolo. Sagrin ordinò un bicchiere di Barbera, Artemio un caffè, la Duchessa acqua minerale. Il detective tracannò mezzo bicchiere senza fiatare, poi prese parola. «Allora, facciamo il punto. Abbiamo un nome: Dario Falco, critico d’arte.
Nel 1994 seguiva la carriera di suo padre» disse, guardando Artemio.
«Scriveva recensioni entusiaste sulle sue opere.»
«Si, ho un vago ricordo» disse Artemio.
«A papà brillavano gli occhi quando Falco lo recensiva.»
«Bene. La notte dell’inaugurazione al Castello di Rivoli, Falco scomparve. Auto trovata sul Po, presunto suicidio.»
Sagrin fece una pausa, bevve un altro sorso di Barbera.
«Ma gli occhiali trovati nei sotterranei sono identici a quelli della foto del giornale. Dario Falco non è morto. Per qualche motivo ha inscenato il suicidio e da quindici anni vive sotto mentite spoglie.»
Artemio impallidì. «Che…vita d’inferno.»
«E ora sabota il suo spettacolo» riprese Sagrin.
«Ha tagliato il cavo, ha scritto minacce. Ma manca il movente. Cosa c’entra la sua serata speciale con la scomparsa di Falco quindici anni fa?»
«Forse qualcosa legato a mio padre?»
«Probabile. Per questo è tempo di parlare con lui. Suo padre sa cosa successe quella sera.»
La Duchessa, che era rimasta zitta, si sporse sul tavolo.
«Non è tutto. Mancano alcune cose che non vedete.»
Sagrin sospirò rumorosamente.
«Cosa, Duchessa?»
«Dolore antico. Morte. Non di Falco. Di altri. Presenze. Anime dimenticate, profanate.»
«Ci risiamo» sbuffò Sagrin. «Duchessa, ti stai mettendo d’impegno a farmi saltare la mosca al naso. Riattacchi con i morti? La questione degli spiriti è finita. Una panzana, ricordi? Ora andiamo oltre. Mi ero convinto che avessi davvero un talento soprannaturale. Mi sto ricredendo.»
«Non capisci Sagrin, ti dico che ci sono anime inquiete. I morti parlano, la mostra nascondeva segreti terribili.»
«BASTA!» Sagrin batté il pugno sul tavolino. I bicchieri tintinnarono.
«Andiamo da Ludovico Bruni a cercare risposte vere. Documenti, fatti, non visioni.
Se vuoi parlare di morti e presenze, vai a fare una seduta spiritica.»
La Duchessa si alzò, il viso offeso ma composto. «Scoprirete la verità. E vi ricorderete di questa conversazione.»
Uscì nella Galleria Subalpina, scomparendo nell’ombra dei portici.
Artemio guardò Sagrin, a disagio. «Era necessario essere così duro?»
«Taccia Artemio, mi faccia questo regalo.»
Salirono sulla Marea e raggiunsero in pochi minuti Lungo Po Antonelli.
Ludovico Bruni, il padre di Artemio, viveva ora in un appartamento anonimo al secondo piano di una palazzina anni ‘70.
La madre di Artemio li accolse alla porta, senza fare domande.
«Tuo padre è in studio. Non riposa da giorni. Non sta bene, per favore non agitatelo.» Poi scomparve silenziosamente in cucina.
Artemio e Sagrin entrarono nello studio, chiudendosi la porta alle spalle.
Ludovico sedeva alla scrivania, dando le spalle all’unica finestra che illuminava flebilmente la stanza.
Alzò lo sguardo e Sagrin rimase sconcertato: la somiglianza con Artemio era così marcata da sembrarne una copia carbone.
Attempata, smunta, ma lui. Il detective osservò di sfuggita la pila di fogli disposti davanti all’uomo. E intravvide la foto di un volto ormai fin troppo familiare: Dario Falco.
«Signor Bruni, vedo che condividiamo le stesse passioni. Dario Falco? Anche lei alle prese con quella storiaccia?»
Gli occhi di Ludovico si fecero pungenti.
«Intanto non so chi sia lei. La creanza impone almeno di presentarsi.»
«Detective Sagrin, piacere mio.» rispose il detective senza scomporsi.
«Detective? Credevo esistessero solo nei film. E comunque Dario Falco è morto tanto tempo fa.»
«Papà, noi crediamo invece che sia vivo. Ci serve il tuo aiuto. Dicci tutto quello che sai, è una questione di vita o di morte. Il mio spettacolo, lo sta sabotando. Atti terroristici. A quanto pare, ammesso che sia lui, non vuole che parli della mostra.» Ludovico scattò in piedi con una velocità sorprendente per l’età.
«E ha ragione! Cancella tutto, dimentica quella storia. Deve finire sotto terra. Il passato è passato. E ora andatevene, non ho altro da aggiungere. Sono solo un vecchio, lasciatemi in pace.»
Li accompagnò senza tanti complimenti all’uscita, sbattendo poi la porta.
«Un vero trionfo Artemio. Bella cosa il calore della famiglia. Ci mancava per chiudere in bellezza la giornata.»
Cunicoli del Teatro Regio, ore tre di notte. Dario Falco apriva una cassa nascosta. Esplosivo da cava, timer meccanico, fili.
Tra sette giorni dirà il mio nome. In diretta. Quindici anni nascosto spazzati via in un secondo. Mi cercheranno. Mi troveranno. Non posso lasciare che accada. Non posso.




