Ep.12 L'uomo nell'ombra
In cui il passato torna a reclamare i suoi debiti
Bentornati a un nuovo episodio di Detective Sagrin.
E se vi foste persi un passaggio di questa lunga saga, ecco il link a tutti gli episodi.
Buona lettura!
L’uomo nascosto nei sotterranei del Teatro Regio si svegliò con il corpo indolenzito. Per un attimo non riconobbe lo spazio, e si sentì disorientato.
Pian piano gli occhi si abituarono alla penombra, e iniziò a osservare i sotterranei con maggiore attenzione.
La luce tenue dell’alba si infiltrava da una griglia nel soffitto, portando con sé i rumori attutiti della città che si svegliava.
Prese il sacco con le scorte che aveva acquistato il giorno prima, e addentò una mela con scarso entusiasmo.
Completato il modesto pasto mise un po’ di dentifricio sul dito e si lavò i denti sommariamente, utilizzando un po’ di acqua per risciacquare.
Non che pensasse di avere grandi contatti interpersonali in un sotterraneo, ma era un modo per sentirsi in ordine, pronto all’azione.
Agguantò la torcia e iniziò a perlustrare la rete di cunicoli sotto il teatro.
Nonostante a quell’ora della mattina regnasse un silenzio tombale, nel corso delle rappresentazioni quegli spazi sciamavano di tecnici, fondamentali per la buona riuscita degli spettacoli.
Dopo aver perso la direzione più volte riuscì infine a raggiungere la sua destinazione. La stanza in cui tutti i cavi elettrici si ricongiungevano in enormi grappoli neri, come vene di un organismo, per poi incunearsi nell’impianto d’alimentazione.
L’uomo pensò ancora una volta alla catena di errori che l’avevano condotto fino a quel punto.
Pensò allo sguardo di disprezzo e di odio degli usurai a cui si era affidato.
Se la serata speciale fosse andata a buon fine li avrebbe avuti di nuovo alle costole. E non sarebbero bastati i soldi questa volta, si sarebbero presi la sua vita.
Il giorno stesso, in un punto poco distante della città, il detective Sagrin era entrato da poco nel suo studio in Via Della Rocca.
Rispetto alla sera prima sembrava fresco come una rosa.
Ben sbarbato, la divisa tirata a lucido. Aveva bisogno di sentirsi splendido, d’altronde la vicenda del Teatro aveva scosso non poco la sua autostima.
Si versò una tazza di caffè senza zucchero, amaro come la vita, e si mise a sfogliare il giornale.
Ebbe poco tempo per gustare la quiete perché il telefono suonò all’impazzata.
Dannato telefono, detesto il suo strillo. Giuro che un giorno lo sbatto giù dalla finestra.
«Qui detective Sagrin, con chi ho il piacere di parlare?»
«Detective sono Artemio, e indubbiamente il piacere è mio. Lei contribuisce enormemente al mio successo professionale, inizio a pensare che lei sia il mio angelo custode.»
«Lei invece è una piaga divina. Anzi, non vorrei accrescere ulteriormente il suo ego. Lei per me è come una zanzara in inverno. Assurda, ma sicuramente fastidiosa.»
«Suvvia Sagrin, le sto dando fama. Non è ciò a cui tutti gli uomini aspirano?»
«Conosco solo la fame. La fama è per i mentecatti.»
«Non perde mai un colpo eh Sagrin? Comincia ad avere una certa età, non le fa bene stancarsi. Comunque la chiamavo per invitarla a teatro, alla seconda rappresentazione di Illusioni Italiane. La prima serata è andata bene ma mi sono concesso un po’ di libertà d’interpretazione. La vorrei come “consulente d’autenticità”, mi passi il termine.»
«Autenticità? Mi è sembrato tutto un gran tarocco, ci mancavano solo gli alieni, per il resto nel suo spettacolo ha messo davvero tutto. Se è gratis verrò, magari ne approfitterò per piantare un bel pugno sul muso di quel falso detective che ha scelto come attore.»
«La aspetto, detective, sarà come al solito un piacere vederla.»
Al Teatro Regio stava per iniziare la seconda rappresentazione. L’accoglienza del pubblico non accennava a scemare, anzi, se possibile la sala era ancora più gremita.
In platea, quinta fila centrale, sedeva Sagrin.
Grazie a una sartina di fiducia era riuscito a procurarsi una versione un po’ rivista della sua solita divisa militare: una versione blu slavato, che meglio si prestava a eventi mondani.
In bocca il suo fidato bastoncino di liquirizia, sottoposto a continui morsi: il detective era particolarmente nervoso, si sentiva osservato.
Non era sfuggita agli spettatori la sua presenza in sala, e si sprecavano risatine, mani che lo indicavano, brusio di fondo.
Dopo un’attesa che a Sagrin parve un’eternità, calò il buio in sala e si aprì il sipario, svelando una meravigliosa riproduzione della Basilica di Superga.
Perfino il detective rimase a bocca aperta, e per un attimo si complimentò mentalmente con Artemio.
In scena apparve il Detective Sagrin, o meglio la versione giovanile e ben pettinata del detective.
Il ritmo dello spettacolo era serrato: questa volta il detective si trovava a combattere contro forze oscure e misteriose.
La Basilica apparentemente era invasa da spiriti maligni, che si manifestavano con orribili suoni ed effetti visivi di prim’ordine.
Sagrin menava le mani eseguendo elaborate coreografie di Kung Fu, e uno a uno gli spiriti (dotati in questo caso di un corpo tangibile) soccombevano.
Finalmente il detective riuscì a raggiungere il Rettore della Basilica, posseduto da uno spirito antico e nefasto.
Ma proprio quando il detective stava per iniziare un arzigogolato rituale di esorcismo, imparato tanti anni prima in Cina, una Maschera si chinò verso il vero Sagrin con urgenza.
«Detective, scusi. Chiamata d’emergenza al foyer. La signora dice che è questione di vita o morte.»
Sagrin si irrigidì. La Duchessa.
Ricordò Tommaso, la visione nel pozzo. Se la Duchessa chiamava così, era un problema serio.
Si alzò di scatto, ignorando le proteste irritate degli spettatori intorno, e seguì la Maschera fuori dalla sala.
«Duchessa, cosa succede?»
«Ti ho visto nel pubblico, la telecamera ti ha inquadrato per un attimo. Ho avuto una visione cristallina, neanche un minuto fa. Un cavo elettrico nei locali tecnici, sotto il palco, lato sinistro. Tagliato quasi completamente. Sta per spezzarsi, sarà una tragedia!»
«Ci penso io.»
Lasciò cadere la cornetta e corse verso le scale dei sotterranei.
Un tecnico gli indicò la direzione: «Quadro Elettrico, corridoio tre!»
Un labirinto di tubature, odore di muffa nell’aria. Localizzò il settore.
E lì, esattamente dove la Duchessa aveva detto trovò un cavo grosso come un braccio, quasi completamente tagliato. Penzolava pericolosamente. Solo tre-quattro filamenti di rame ancora collegati.
«FERMATE LO SPETTACOLO!» urlò al tecnico. «EVACUAZIONE IMMEDIATA»
Un suono di sirene si diffuse nel teatro, mentre scendeva il sipario.
Gli altoparlanti ripetevano:
«Signore e signori, per motivi tecnici dobbiamo interrompere lo spettacolo. Evacuate in modo ordinato, non create assembramenti.»
Il pubblico era disorientato, spaventato.
Sagrin restò davanti al cavo, sudato fradicio.
Due minuti dopo, con uno schianto secco, gli ultimi filamenti cedettero.
Sul palco ormai vuoto si schiantò un set di luci da 200 kg, con un boato fragoroso.
Nel camerino, pochi minuti dopo, Artemio era fuori di sé.
Sagrin entrò senza dire una parola.
«Il mio spettacolo è rovinato. Chi vorrà ancora tornare a teatro dopo quanto successo? Un vero disastro.»
«Guardi il lato positivo. Ho salvato la vita ai suoi attori. E a lei, probabilmente.»
«Grazie detective, sono solo scosso. Chi può aver compiuto un’azione così abietta? Qualcuno mi vuole morto.»
«Credevo di essere l’unico ad avere questo privilegio, mi sbagliavo. A quanto pare si sta facendo dei nemici.»
«Il pubblico mi ama. Sarà sicuramente qualche squilibrato geloso della mia fama. Ma non voglio rovinarmi il buon umore. Mi dica, le piaceva lo spettacolo?»
«Davvero stupefacente, Artemio. O meglio, ho il sospetto che lei faccia uso di stupefacenti. Il vero caso della Basilica? Un piccione incastrato nelle canne dell’organo che faceva un rumore d’inferno. Meno male che per questo spettacolo ha puntato tutto sulla verosimiglianza.»
«Grazie Sagrin, il suo sdegno mi dà forza. Ma ora mi dica, chi ha tagliato il cavo? Lei è un detective, metta in moto il suo intuito.»
«So solo una cosa. Qualcuno era nascosto nei sotterranei durante lo spettacolo. Solo così avrebbe potuto avere accesso indisturbato al cavo. Andiamo a vedere insieme, l’unione fa la forza.»
Artemio e Sagrin scesero nei sotterranei. Per precauzione non accesero le luci.
Sagrin con una mano impugnava la pistola d’ordinanza, con l’altra faceva luce con il suo accendino. Raggiunsero la sala del quadro elettrico, e si scambiarono un’occhiata d’intesa guardando il cavo tranciato di netto.
Poi Sagrin illuminò le pareti, e una scritta a caratteri cubitali, di vernice nera, si presentò davanti ai loro occhi.
ARTEMIO FERMA LO SPETTACOLO.
Si guardarono di nuovo, senza fiatare.
A un certo punto sentirono un fruscio nel buio, poco distante da loro.
Sagrin si mosse svelto fino a individuare una nicchia nella stanza accanto, dietro uno scaffale pieno di costumi di scena.
Individuò un sacco nero. Dentro residui di cibo, vestiti.
Sagrin fece un cenno ad Artemio.
«Chiunque fosse nascosto, era qui fino a un secondo fa. Stiamo in allerta Artemio, potrebbe colpirci all’improvviso.»
Ma il sotterraneo era sprofondato in un silenzio surreale, non c’erano già rumori se non qualche ronzio meccanico.
Sagrin usò la canna della pistola per aprire di più il sacco.
In fondo trovò un ritaglio di giornale vecchio e consunto, ma ancora leggibile.
Il Castello di Rivoli annuncia la grande mostra sulle polveri domestiche.
Sagrin scavò ancora nel sacco.
Una foto piccola, da carta d’identità.
Un uomo con una somiglianza fortissima ad Artemio, seppur decisamente più anziano.
Artemio prese dalla mano di Sagrin la foto, la guardò con stupore per poi esclamare sommessamente:
«Mio padre?»
Artemio sembrò accartocciarsi su se stesso in un attimo.
Sagrin lo osservò in silenzio. Aveva visto Artemio in tanti modi: vanitoso, irritante, opportunista. Ma questa paura era diversa. Non era terrore per la propria vita. Era qualcosa di più profondo: la paura di scoprire che il padre, l’uomo che ammirava nonostante tutto, nascondesse segreti inconfessabili.
«La foto che aveva perso anni fa.»
Era così turbato che Sagrin faceva fatica a capire il nesso logico tra la foto e il crollo fisico che stava avvenendo davanti ai suoi occhi. Rimase in attesa, osservando con attenzione Artemio.
«In quei giorni mio padre stava preparando la mostra al Castello di Rivoli. Per formalizzare la documentazione serviva una foto tessera dell’artista. Mio padre disse di averla riposta con cura nella cartellina. Ma la foto era sparita, volatilizzata.
Ne fece una malattia, il simbolo del suo deterioramento psichico.
Ma ora la foto è qui. Aveva ragione. Qualcuno molto vicino a lui l’aveva presa.
Ma chi? Qualcuno che aveva a che fare con la mostra.»
Il detective prese parola.
«Abbiamo davanti a noi due prove che conducono allo stesso giorno, allo stesso evento: la mostra. Chi sta sabotando la mostra sa qualcosa di quel giorno di tanti anni fa al Castello di Rivoli, e non vuole che venga a galla. Con il suo annuncio della serata speciale ha mosso delle acque torbide, Artemio. Sicuro di voler parlare di quel giorno in diretta nazionale? Temo per la sua incolumità.»
Artemio non commentò, stava ancora processando le informazioni nella mente.
Sagrin frugò ancora nel sacco. Un paio di occhiali rotti, montatura tartarugata, lenti spessissime, una stanghetta rotta tenuta insieme con il nastro adesivo.
«Il nostro sospettato è cieco come una talpa» disse mostrandoli ad Artemio.
Artemio li prese in mano e stava per dire qualcosa, quando improvvisamente si sentì un rumore secco. Passi veloci.
«FERMO!»
Fecero in tempo a vedere una sagoma: barba lunga e incolta che gli copriva metà del petto, occhi piccoli e miopi che strizzava per vedere, vestiti logori e privi di forma.
Correva goffamente, come chi non vede bene il terreno davanti a sé.
Lo inseguirono fino a fuori dal teatro, ma era scomparso tra le ombre della notte.
Artemio, ancora con la foto in mano, guardò Sagrin ansimando.
«Chi era? Chi conosceva mio padre così bene?»
Sagrin fissò il buio di Piazza Castello.
«Qualcuno che ha vissuto nascosto per anni. E che sa tutto di quella sera.»
Artemio guardò ancora la foto del padre. L’uomo sorridente in bianco e nero, ignaro di cosa sarebbe successo poche ore dopo quello scatto.
«La serata speciale» sussurrò. «Pensavo fosse solo un modo per celebrare papà. Ma sto per far emergere qualcosa che qualcuno ha seppellito per quindici anni.»
Sagrin non rispose. Sapeva che Artemio aveva ragione.
E sapeva che, qualunque fosse il segreto, qualcuno era disposto a uccidere pur di mantenerlo sepolto.





Grande attesa per sviluppi sempre più avvincenti!