Cari lettori,
questo è l’ultimo episodio della prima stagione di Detective Sagrin.
Quando ho iniziato a scrivere questa storia non sapevo dove mi avrebbe portato.
Non sapevo se qualcuno avrebbe avuto voglia di seguire un detective grottesco e malinconico attraverso una Torino fuori dal tempo.
E invece voi ci siete stati. Settimana dopo settimana.
Il vostro supporto, i vostri messaggi, la vostra presenza mi hanno convinto che questa storia merita di continuare.
Sagrin tornerà a gennaio con una nuova stagione.
Sto lavorando all’intreccio, ai personaggi, alle pieghe oscure che Torino nasconde.
E stavolta so che dall’altra parte ci siete voi.
Grazie per aver creduto in questo progetto tanto quanto ci credo io.
Ci vediamo a gennaio.
Alberto
Illusioni Italiane
Sagrin sentiva il sudore colargli lungo la schiena. Si aggiustò sulla sedia, producendo uno scricchiolio eloquente. Artemio si rivolse alle telecamere con un sorriso abbagliante.
«Grazie, Detective Sagrin! Lei è sempre così drammatico. Forse dovrebbe essere lei al mio posto, sembra un attore navigato!»
Il pubblico rise a crepapelle.
«Signore e signori, eccoci di nuovo in diretta con Illusioni Italiane, il programma di RAI 1 che smaschera le truffe che serpeggiano nella nostra penisola! Ogni venerdì sera, in prima serata. E oggi a farci compagnia un caso straordinario, un giallo che tocca il cuore di Torino.»
Applausi fragorosi. Sagrin estrasse dalla tasca un bastoncino di liquirizia per contrastare la carenza di nicotina che lo stava divorando dall’interno. Lo mise in bocca senza dire una parola, masticandolo lentamente. Artemio si voltò verso la Duchessa con un’espressione esageratamente compassionevole.
«Vedete questa donna, questa anziana? La cosiddetta Duchessa. Medium. Sensitiva. Capace, diceva, di parlare coi morti.»
Pausa drammatica.
«Per anni ho lavorato alle sue dipendenze: ero il suo fedele maggiordomo, il suo cane domestico. Facevo tutto per lei: preparavo le sedute spiritiche, i trucchi di prestigio, ogni dettaglio per dar vita ad esperienze stupefacenti. Ebbene signori, era tutto falso. La gentile signora spillava soldi ai ricchi, millantando di avere il potere di dialogare con i morti. Ma io filmavo tutto, tutte le sue orrende e sadiche bugie. Ogni soldo rubato a gente disperata. Voleva i filmati da archiviare, per eventuali ricatti. Non poteva immaginare che un giorno li avrei proiettati in diretta nazionale.»
Su uno schermo alle sue spalle apparve una selezione di clip brevi: l’antiquario che piangeva, la gallerista affranta, altri clienti in preda a crisi isteriche. Qualcuno nel pubblico urlò «Vergogna!»
Artemio lasciò che il silenzio pesasse. Poi riprese con voce suadente, da incantatore di serpenti.
«I miei genitori hanno dedicato la vita all’arte. Sudore, sangue, e ogni grammo di forza che avevano in corpo. Ma un idiota ha distrutto il lavoro di una vita di mio padre: sculture create con la polvere domestica. Aspirate in un attimo, e mio padre con loro. Ho provato a seguire le sue orme. Ma i critici mi hanno definito “derivativo e sciatto”. Gente che non riconoscerebbe l’arte nemmeno se se la trovasse davanti, ignoranti che non hanno neanche la prima elementare.»
Si voltò verso le telecamere.
«La verità è che l’arte è morta, signori. Ma la televisione? Viva e vegeta. La RAI ha creduto in me, e da ora in poi ogni venerdì sera sarò la voce della verità.»
Si voltò verso la Duchessa con fare minaccioso.
«E questa donna? Finita. Smascherata.»
Il pubblico esplose in applausi. Sagrin si alzò. Il bastoncino di liquirizia si spezzò tra i denti con un rumore secco. Lo sputò per terra, vicino alle scarpe lucide di Artemio.
La sua voce era tagliente.
«La sento su di giri, Artemio, si dia una calmata. Ho capito tutto.»
Il pubblico si zittì.
«Davvero, Detective? E cosa avrebbe capito?»
Sagrin fece un passo verso di lui.
«La psilocibina negli incensieri, Artemio. Quella droga che i fricchettoni di Porta Palazzo vendono ai turisti. L’ha mischiata con l’incenso di Damasco. Le visioni non erano reali. Erano indotte chimicamente. Tutti noi abbiamo visto quello che la droga ci ha fatto vedere, e lei ha alimentato le visioni con trucchi teatrali, voci registrate e ombre proiettate.»
Si avvicinò ancora.
«Mio padre? Bella panzana. Toccante. Peccato fosse tutto farlocco.»
«Quale sarebbe l’errore, Detective?»
«Mio padre non avrebbe mai detto “figliolo”. Mai. Era un uomo pratico. Mai un vezzeggiativo. Le parole calde costavano troppo.»
Sagrin si toccò i baffi.
«Ha recitato un padre che non è mai esistito. Ha letto una cartella su di me, rubata da qualche amico al commissariato. Nome, età, famiglia. Ma le cartelle non dicono come un uomo parla quando è sbronzo marcio.»
Si voltò verso le telecamere.
«Ha orchestrato tutto questo per distruggere la Duchessa e avviare una carriera in televisione. Ha drogato persone innocenti. Ha manipolato i loro ricordi. Ha filmato senza consenso.»
Si fermò davanti ad Artemio.
«Allora mi dica, Artemio: perché non la arresto qui, davanti a tutta Italia?»
Artemio fece una pausa. Il sorriso vacillò, poi si ricompose. Più amaro, più vero.
«Perché non può, Detective.»
Si avvicinò a Sagrin.
«La psilocibina? Voglio le prove. Dov’è la sostanza? Evaporata. Le registrazioni delle sedute? La Duchessa sapeva che filmavo. Contratto firmato, timbrato, protocollato. Il furto iniziale? Inscenato dalla Duchessa. Ed è stato lei, Detective, a scagionarla davanti alla polizia. Ricorda? E il pubblico sa che questa donna ha rubato soldi a gente disperata. Io sono l’eroe che l’ha smascherata.»
Si avvicinò ancora, quasi naso contro naso.
«Forza, Detective. Mi arresti. Con quale accusa? Con quali prove? Vediamo chi domani mattina finisce sui giornali etichettato come pazzo.»
Silenzio assoluto.
Sagrin strinse i pugni. Sentiva il peso della pistola, totalmente inutile.
«Ha pensato a tutto.»
Artemio sorrise.
«Sono un artista, Detective, e gli artisti non tralasciano mai i dettagli.»
Improvvisamente, la Duchessa si alzò di scatto, come un burattino con i fili tirati. Gli occhi erano spalancati, e colmi di terrore.
«Vedo... vedo un bambino.»
La voce era roca, graffiante, e amplificata dal microfono produceva un suono cavernoso.
Sagrin si bloccò.
«Vedo un pozzo buio, pieno di acqua gelida. Il bambino piange ma nessuno arriva, e si sente solo, disperato.»
La Duchessa fissava un punto imprecisato oltre le telecamere.
«I capelli biondi e soffici, che arrivano fino alle spalle, una maglietta della Juventus. Le mani piccole. Dieci anni, non di più. Graffia le pareti ma le unghie si spezzano. Si chiamava Tommaso.»
Il nome arrivò e Sagrin sentì il pavimento inclinarsi. Tommaso. Nessuno doveva conoscere quel nome, era nascosto nel suo rapporto privato, chiuso in un cassetto da decenni. La Duchessa aveva pronunciato il nome del bambino. I dettagli che solo lui aveva visto, in quel giorno orribile. La Duchessa continuò, occhi fissi su Sagrin.
«Sei arrivato sei ore in ritardo, Detective. Le sue mani erano ormai fredde, congelate. Avresti potuto salvarlo, ma gli ordini erano diversi, e tu non hai fatto di testa tua. Ma ora lui è qui, e non è da solo, ci sono tanti altri.»
La voce si trasformò in un lamento.
«Vedo Artemio. Al centro. Protagonista di qualcosa che non riesco a decifrare, che sta per accadere.»
Crollò sulla sedia come un oggetto inanimato.
Il pubblico applaudì con forza, pensando che si trattasse di un monologo preparato.
Artemio rise, ma a fatica.
«Brava, Duchessa! Ancora con i trucchetti!»
Sagrin invece era pietrificato. Quel nome nessuno poteva ricordarselo, e i dettagli del caso tantomeno. La Duchessa non poteva sapere nulla, a meno che le sue visioni non fossero vere. Sagrin si alzò di scatto, prese la Duchessa sottobraccio e la aiutò ad alzarsi, ancora tremante. Poi si voltò verso Artemio, sentiva di avere ancora un conto in sospeso: «Ha vinto il round ma non la partita, Artemio. Si goda la sua fama, faccia il bagno negli applausi, perché durano poco. E si diverta a guardarsi allo specchio a telecamere spente. Lo specchio non mente mai.»
«Vedremo, Detective» rispose Artemio, con un filo di incertezza nella voce.
Sagrin e la Duchessa uscirono fuori, attraversando il set, ignorando le telecamere accese e il pubblico in delirio. Pioveva a dirotto, e l’aria fresca rianimò la Duchessa.
«Non sono sicura di quello che ho visto, ma erano tanti, e Artemio era al centro, connesso con questa moltitudine.»
Sagrin annuì. Accese una sigaretta.
«Ti credo. E stavolta non arriverò tardi.»
«Perché mi credi?»
«Perché la storia di Tommaso non la ricorda nessuno, è passato troppo tempo. E quel giorno sono stato io a calarmi nel pozzo. Nessuno ha visto i dettagli di cui parli, che giacciono in un cassetto chiuso da vent’anni. Quindi se hai visto tutto questo, come potrei dubitare del resto.»
La Duchessa si fermò.
«Detective, ancora una cosa. Il furto, il caso all’inizio. Non era per avere pubblicità sui giornali, non ne avevo di certo bisogno. Ma avevo già avuto una visione, avevo paura. Era un modo goffo per chiederle aiuto.»
«Ha funzionato, ed è questo quello che conta.»
Sagrin aprì la portiera della Marea e accese l’auto, con il motore che rombava come mai prima d’ora grazie al sapiente intervento di Padre Pellegrino.
«Duchessa, hai la patente? Sai guidare?»
«Perché?»
«Perché la prossima volta che vedrai i morti, voglio che sia tu alla guida. Non vorrei rischiare di arrivare di nuovo in ritardo, come con Tommaso.»
Un sorriso amaro le sfiorò le labbra.
«Benvenuta nella squadra. Non si guadagna niente, ma a volte si mangia gratis.»
Salirono. La Marea si mosse sotto la pioggia battente, mentre in lontananza le luci della Mole si stagliavano nel cielo. Torino sembrava trattenere il respiro. Qualcosa stava per cambiare. E nei sotterranei di via Verdi, Artemio restava solo sotto le luci che si spegnevano. Aveva vinto tutto, ma aveva perso qualcosa che non sapeva ancora di aver perso.




Bene, non vedo l'ora! Sagrin ormai è di casa. Bravo! 💪🏻
Finale coinvolgente e oserei dire commovente! Aspetto senz'altro le nuove puntate. Bravo Alberto!