Ep.14 Cenere alla cenere
In cui il lupo perde il pelo ma non il vizio
Bentornati a Detective Sagrin.
Negli ultimi tempi ho ricevuto lettere di appassionati che chiedevano a gran voce: vogliamo più azione! Pericoli! Acrobazie!
Ed ecco un episodio che sembra uscito da un film action con Van Damme.
Per fortuna Sagrin è molto in forma: il pericolo è il suo mestiere.
Buona lettura!
Dopo essersi salutati brevemente, Sagrin tornò alla sua fidata Fiat Marea.
L’incontro con il padre di Artemio era stato un buco nell’acqua, ma era proprio in questi momenti fallimentari che il detective tirava fuori il suo asso nella manica.
Una testardaggine da mulo, un incaponimento cieco e sordo che talvolta portava anche a esiti fortunati, contro ogni pronostico.
Iniziò a borbottare tra sé e sé nell’abitacolo della macchina, tirando le fila.
Il vecchio fa il ritroso. Non vuol dire niente. Ma sa tutto. Il linguaggio del corpo non mente. Nei pochi attimi passati nel suo studio lo sguardo un paio di volte si è posato fugacemente su una libreria nell’angolo della camera. Vediamo... era brutta, sgualcita, con una parte di vetrinette. Quelle dove le signore mettono i ciapa puer. Ma niente ciapa puer dentro.
Con il corpo evitava quel lato della stanza. Era seduto tutto storto.
Dio quanto odio i vecchi, bastardi e rancorosi. Se il cielo se li prendesse tutti in un colpo solo sarebbe un sogno.
Anche la moglie sa, ma quel frisulin una folata di vento se la porta via, meglio lasciarla in pace.
Accese simultaneamente la macchina e una sigaretta e partì a tutto gas.
Entrò nel suo studio e si stravaccò per un attimo sul divano.
Poi animato da nuovo slancio si alzò, prese un sacco nero dell’immondizia e iniziò a rabastare in uno scatolone.
Tuta nera. Felpa nera. Scarpe nere. Collant nero. Coltellino svizzero. Corda. Torcia. Pistola. Sono pronto. Sagrin entra in azione.
Rovesciò tutto il suo armamentario nel sacco e lo chiuse alla bene e meglio.
Prese da un piccolo frigorifero nell’angolo della stanza un vasetto di maionese, del prosciutto, due fette di pane da un ripiano e preparò un sontuoso sfilatino traboccante di maionese che ingoiò senza indugio. A completare il tutto una birra in lattina, calda e sgasata.
Terminato il suo lauto spuntino salì di nuovo in macchina, buttò il sacco nel bagagliaio e partì in direzione Lungo Po Antonelli.
Parcheggiò a distanza prudenziale dalla palazzina in cui abitava il padre di Artemio. Guardò l’orologio: mezzanotte e mezza.
Si appostò. Aspettò.
Le luci al secondo piano erano ancora accese. Ludovico e la moglie erano svegli.
Ore 1:30. Sagrin decise che era il momento.
Aprì il bagagliaio, tirò fuori la tuta nera. Se la infilò sopra i vestiti, sbuffando.
Gli stava stretta ovunque, soprattutto sulla pancia.
Guardò il suo riflesso nel finestrino: sembrava un salame nero. O forse, una ratavuloira.
Infilò il collant e il coltellino in tasca, si legò la corda intorno alle spalle e dispose la torcia tascabile in vita con una clip.
Doveva introdursi nell’abitazione, e constatò che il portone era chiuso a chiave per la notte. Guardò sul retro dell’edificio e notò che era costruito di fianco a una sorta di caserma dismessa, con una scala antincendio che portava fino all’ultimo piano.
Saltò un muretto che delimitava la caserma, superò una siepe e riuscì a raggiungere la scala antincendio.
Salì i gradini metallici che scricchiolavano sotto il suo peso. Ogni passo un’eternità.
Arrivò al secondo piano. Il balcone dell’appartamento Bruni era a un metro di distanza, sul lato.
Legò la corda alla ringhiera e se la passò intorno alla vita. Si calò oltre il parapetto, lasciandosi penzolare nel vuoto. Iniziò a dondolare come un pendolo, spingendosi con le gambe contro la parete della caserma, cercando di raggiungere il balcone laterale.
Primo tentativo: mancò. Secondo: sfiorò la ringhiera con le dita. Terzo: si spinse così forte che andò a sbattere con tutta la schiena contro il ferro del balcone, facendo un baccano d’inferno.
Il colpo gli tolse il respiro. Ma si aggrappò con tutte le forze.
Poi si issò oltre la ringhiera e rotolò sul pavimento del balcone, ansimando.
La corda pendeva ancora dalla scala antincendio. Se la slegò dalla vita. La tirò tesa e la legò anche alla ringhiera del balcone, in basso, nascosta nel buio. Così sarebbe rimasta tesa tra i due punti, il suo ponte di fuga per dopo.
Il detective si acquattò dietro a un contenitore dell’immondizia sul balcone, e rimase in ascolto.
Notò con giubilo che la porta finestra del balcone era socchiusa.
Dall’interno dell’appartamento provenivano voci che distingueva con chiarezza. Apparentemente Ludovico e sua moglie erano ancora svegli, nonostante la tarda ora.
«Petunia, tesoro, ti dico che non riesco a prendere sonno. Sei un angelo ai fornelli ma i peperoni mi si ripropongono ogni volta. Non riesco a digerirli.»
Ecco, ora mi tocca sentire due cariatidi tubare come colombe. Che orrore. pensò Sagrin, rassegnato.
«Non dire stupidaggini Ludovico, ti avevo detto di non bere quel Tavernello che era in frigo da secoli. Ti fa acidità. Poi dopo una giornata come questa.»
«Cuore mio, cosa ti incupisce?» rispose Ludovico alla moglie.
«Ma niente. Quel detective ficcanaso, ci mancava solo lui. E poi ti avevo detto di buttare via ogni traccia di quel giorno. Quello si, dovrebbe farti dormire male.»
«Briciola, non ti accigliare. Ti prometto che domani butterò via tutto. Ora guardo un po’ di tv per prendere sonno e poi vengo a letto. Buonanotte tesoro.»
«Buonanotte Tato, non far tardi che poi ti vengono le borse sotto gli occhi. E chiudi la finestra prima di andare a letto.»
Sagrin si irrigidì. Domani butterà via tutto. Devo trovare indizi stanotte. È la mia unica possibilità.
Ludovico accese la tv mettendo il volume al minimo, e si sedette sul divano in salotto. Dalla finestra Sagrin poteva vedere perfettamente l’uomo.
Non ci voleva, se attacca con una maratona televisiva sono fritto.
Il padre di Artemio cominciò a fare zapping, cambiando canale freneticamente. Finalmente sembrò trovare il canale che stava cercando.
Sagrin sentì un jingle ammiccante, e d’istinto s’affacciò per sbirciare.
Telecupole! Il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Sullo schermo una donna vestita di raso si muoveva sensualmente al ritmo di una musica suadente.
Ma in un attimo, annunciata da un breve sciabattamento, entrò la moglie.
«Tato dimenticavo, hai dato dell’acqua ai gerani?»
La donna guardò di sottecchi il programma in televisione e si irrigidì senza commentare.
«Tesoro, lo faccio adesso, tanto in televisione non c’è niente.» rispose l’uomo arrossendo impercettibilmente.
Tornò il silenzio nella casa. Petunia andò a letto e poco dopo Ludovico spense la tv e andò in cucina.
Sagrin colse l’occasione e sgattaiolò dentro alla stanza, nascondendosi dietro al divano.
Sentì l’acqua del rubinetto scorrere, poi passi sul balcone. Stava annaffiando i gerani.
Era il momento.
Il detective uscì da dietro il divano e si mosse verso l’angolo dello studio dove aveva notato la libreria durante la visita di qualche ora prima.
Eccola: brutta, sgualcita, con vetrinette nella parte superiore. Vuote. Ma la struttura era troppo profonda rispetto allo spazio interno visibile.
Doppio fondo. Sagrin tastò i pannelli laterali con le dita. Premette, tirò, spinse.
Niente. Poi provò sul fondo di una delle vetrinette: click. Un pannello cedette. Scomparto segreto.
Allungò le mani nello scomparto e urtò accidentalmente con il gomito la lampada posta sul tavolo, che tintinnò.
Il detective bestemmiò mentalmente e rimase in ascolto. Nessun movimento in casa.
La mia proverbiale malagrazia, diamine. Ci è mancato poco.
Tirò fuori dallo scomparto un plico di fogli, e un piccolo contenitore metallico della dimensione di una scatola di fiammiferi.
Con la torcia tascabile illuminò il piccolo tesoro. Scorse i fogli. A poco a poco prese confidenza con i contenuti. Erano accordi, contratti e fatture. Tutti siglati con la medesima persona: Dario Falco. Accordo commerciale per asta artistica. Contratto di rappresentanza. Una ricevuta di un assegno da mezzo milione.
Questi due tramavano qualcosa.
Poi aprì la scatola. Era un contenitore perfettamente stagno, a prova di aria e umidità. Dentro una polvere soffice e grigia. Sagrin la osservò con estrema attenzione.
Che io sia dannato. Questa è cenere. Polvere e cenere. Ma perché l’ha tenuta? Ok, tempo di levare i tacchi.
Prese la scatola e il plico di fogli e se li sistemò in vita, sotto la tutina. Era così aderente che non si sarebbero mossi di un centimetro.
Poi rimise a posto lo scomparto, chiuse la libreria e tornò sui suoi passi, dirigendosi verso il balcone.
Stava già esultando quando con un piede colpì un portariviste che giaceva di fianco al divano. Il contenitore si rovesciò fragorosamente, travolto dal peso del detective.
«Al ladro, Petunia, svegliati!! Chiama la polizia. Io vado a vedere!»
«Tato non fare imprudenze, chiudi la porta a chiave!»
Sagrin ne aveva abbastanza. Cominciò a correre senza badare al rumore.
In un attimo fu fuori. Slegò la corda, se la legò in vita e ripetè la mossa del pendolo, sbatacchiando qua e là come un pesce fuori dall’acqua.
Ammaccato raggiunse la sua auto, mise in moto e partì a razzo, mentre le sirene della polizia si avvicinavano pericolosamente.
È fatta vecchio mio. pensò Sagrin. Ora nanna, domani mi aspetta una bella giornata.
La mattina seguente, Sagrin guidò lungo il Po fino a un vecchio laboratorio di analisi chimiche.
L’insegna sbiadita diceva: Dott. Pautasso - Analisi Chimiche Private.
Entrò. Odore di reagenti, scaffali pieni di provette, attrezzature vecchie ma funzionanti.
Il Dottor Pautasso, sessantacinque anni, capelli bianchi candidi come la neve, camice macchiato, alzò lo sguardo dal banco.
«Sagrin! Che sorpresa. Sono anni.»
«Pautasso, ho bisogno di un favore. Urgente.»
Tirò fuori il piccolo contenitore metallico.
«Devo sapere cos’è il contenuto di questa scatola. Origine, composizione.»
Pautasso prese il contenitore, lo aprì, annusò.
«Polvere finissima, grigia...»
Mise un campione sotto il microscopio. Poi fece test chimici su vetrino.
Sagrin aspettava, nervoso.
«Dottore, a che punto siamo? Dovremmo quasi essere al dunque, no?»
«Detective, è entrato da dieci minuti. Mi dia tempo.»
Sagrin sbuffò, uscì sul balcone.
Ultimamente vivo sui balconi. Forse mi sto trasformando in un geranio.
Accese una sigaretta e la spolpò in tre boccate.
Tornò dentro. Il dottore lo aspettava con un’aria sconvolta.
«Detective, dove si è procurato questa polvere? Non servono ulteriori analisi, glielo dico subito. Questa... questi sono residui organici. Ceneri umane, comprende?»
Il dottore si sedette, bianco come un cencio.
Sagrin finse di non scomporsi, e di non sorprendersi.
«Ma certo dottore, proprio così! Vengono dal cimitero. Un caso complesso, molto complesso. Volevo solo essere sicuro che fosse vera cenere. Non si sa mai. Grazie, prezioso come al solito. Per i pagamenti ci sentiamo poi. La saluto!»
Il detective non diede tempo al dottore di rispondere. Era già altrove con la testa. Doveva vedere la Duchessa quanto prima.
Sagrin parcheggiò la Marea vicino a Porta Palazzo.
Il mercato sembrava un formicaio: bancarelle di frutta, verdura, formaggi, pesci. Tutto il cibo del mondo riunito in un solo luogo. Voci che gridavano prezzi in lingue assortite, odori di basilico e pesce fresco.
Sapeva dove trovarla.
La Duchessa veniva qui ogni mattina da quando aveva perso tutto. Per far la spesa, e anche per passare il tempo.
La vide tra le bancarelle: cappotto scuro, borsa della spesa di tela, intenta a scegliere pomodori con cura.
Si avvicinò.
«Duchessa.»
Lei si voltò, sorpresa. «Detective.» rispose con tono distaccato.
«Possiamo parlare?»
Lei annuì. Pagò i pomodori, mise tutto nella borsa.
Camminarono verso il lato del mercato dove c’erano alcune panchine al sole, al riparo dalla cacofonia dei banchi. Si sedettero. La borsa della spesa ai piedi della Duchessa.
«Sono venuto a scusarmi.» disse Sagrin. «Avevi ragione. Alla fine questa volta i morti c’entrano davvero. Non solo i morti. Anche i quattrini. Dove ci sono i soldi c’è anche la morte.»
La Duchessa lo guardò seria, poi rispose gelida.
«Il problema di voi uomini è che pensate di sapere tutto. Ma un giorno imparerete ad ascoltare la voce delle donne.»
Sagrin continuò, vagamente sorpreso.
«Ho trovato la prova. Cenere umana. Per qualche motivo Ludovico Bruni usava cenere umana per le sue opere. Ceneri di morti, prese chissà dove. E non è tutto. Faceva affari sottobanco con Dario Falco. Chissà se il critico sapeva che stava smerciando cadaveri.»
La Duchessa chiuse gli occhi un momento.
«Tutto corrisponde» disse piano. «Morti dimenticati, trasformati in arte. Poi distrutti, gettati via come spazzatura. Sento la loro rabbia. Chiedono di essere ricordati.»
Sagrin si sporse in avanti.
«C’è altro. E se Artemio sapesse? Se fosse complice del padre?»
La Duchessa lo guardò incredula. «Cosa?»
«Pensaci bene. Artemio organizza spettacolo sulla mostra del padre. Annuncia serata speciale. Sapeva che avrebbe provocato reazioni. E se fosse tutto calcolato? Padre e figlio insieme?»
«Sagrin, stai pigliando un pesce.»
«Tu hai le visioni. Io ragiono. E il ragionamento mi dice: troppe coincidenze. La madre sa tutto. Come faccio a essere sicuro che Artemio non sia informato? Quell’uomo è un diavolo. L’ho sopportato negli ultimi tempi per necessità.»
La Duchessa scosse la testa. «Artemio non sa nulla. Innocente come un bambino.»
«Può darsi. Ma finché non ho prove, resto sospettoso.»
Si alzò.
La Duchessa rimase seduta, borsa della spesa ai piedi.
«Sagrin, stai per commettere un errore. Artemio è vittima quanto quei morti.»
Il detective si allontanò tra le bancarelle, lasciandola sulla panchina.
Il giorno dopo la polizia ispezionò l’appartamento di Ludovico, dopo essere stata allertata dai coniugi.
«Non manca nulla, signor Bruni.»
Ludovico guardò la libreria nell’angolo con la coda dell’occhio.
«No, nulla.»
Appena tutti uscirono, corse nello studio. Aprì lo scomparto segreto.
Vuoto.
Cenere sparita. Documenti spariti.
Si sedette, pallido come una salma.
Qualcuno sa tutto.
Per tutto il giorno vagò intontito, sconnesso. Petunia lo guardava preoccupata, senza osare chiedere.
Si era fatta sera e Ludovico vagava ancora come un’anima in pena per casa.
A un certo punto notò sotto la porta in ingresso una busta bianca. La prese di getto e si rinchiuse in bagno, aprendola rabbiosamente.
Lettere di giornale ritagliate e appiccicate con la colla.
Una scritta:
«Sono vivo. Stazione Porta Nuova, binario 1. Domani mezzanotte. D.F.»
Ludovico si appoggiò al muro, si sentiva morire.
È Dario. Vivo, dopo tutti questi anni. Che sia stato lui?
Nascose il biglietto.
Dovrò andarci. Non ho scelta.





Sagrin "ratavuloira" è davvero imperdibile!!! 👍